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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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venerdì 29 luglio 2016

UNA STORIA IN TRA ATTI (DAL FINALE APERTO) di Norberto Fragiacomo




UNA STORIA IN TRE ATTI 
      (dal finale aperto)

di

Norberto Fragiacomo



Lo scambio di idee con compagni – o, più in generale, persone – stimolanti è sempre fecondo, poiché invoglia alla riflessione su argomenti che inevitabilmente restano in ombra, superati da un’esistenza che va a passo di carica, trascinandoci non si sa bene dove né perché.

Rispuntano allora, dai polverosi cassetti della memoria, reminiscenze delle ore scolastiche, spunti offerti da lezioni di storia o filosofia che di rado apprezzammo appieno: lo sapeva bene Rimbaud che non si è mai troppo seri a diciassette anni (e quando sono in fiore i tigli del viale). Georg Wilhelm Friedrich Hegel: cosa mi viene in mente quando, impappinandomi, pronuncio nomi e cognome? La targa commemorativa sulla facciata di un palazzo della fascinosa Bamberga – l’impressione, nata sui libri, di un sistema filosofico troppo perfetto, troppo teutonicamente razionale per aspirare ad essere anche reale.


Hegel non è davvero un Carneade: è la figura cardine dell’Idealismo tedesco e a lui dobbiamo una radicale riforma dello strumento dialettico ereditato dal precursore Johann Gottlieb Fichte (che recentemente ho provato a leggere, arrendendomi ben presto a caratteri tipografici lillipuziani e, confesso, a periodi lunghi, contorti e scoraggianti). La sua influenza sul successivo sviluppo della filosofia non solo germanica mi appare decisiva, se non altro perché Marx e Feuerbach hanno “appreso a pensare” proprio da Hegel, che riordina il caos fino a donargli l’aspetto di una coerente, neoclassica opera d’arte. Karl Marx mette il suo maestro a testa in giù, costringendolo ad affondare nel terreno, ma per cambiare il mondo (per provare a farlo) si serve degli attrezzi fornitigli dallo stimato accademico. La dialettica, anzitutto: quella di Fichte può essere descritta come una freccia scagliata in direzione dell’infinito, visto che ad ogni tesi si contrappone un’antitesi che la nega, destinata a sua volta a venir negata. L’Io fichtiano che, lasciandomi raggirare da Bertrand Russell, avevo scambiato da ragazzo per un Io individuale-creatore (ossia solipsistico1), è in realtà l’Umanità intera, capace di trasformare il mondo ma non di portare a compimento la propria opera. Hegel arresta questo impetuoso e (forse) inconcludente rincorrersi, fissando un traguardo chiamato “sintesi”, che è poi la tesi arricchita e vivificata dall’antitesi – l’Idea astratta che, “scontratasi” con la Natura, si fonde con essa e assurge a Spirito. Non si tratta più di inseguire orizzonti fuggitivi: la meta esiste, ed è raggiungibile sia in cielo che in terra (che poi non sempre risulti allettante è un altro paio di maniche!). A Marx del cielo non importa nulla: gli interessa la terra, su cui pena e fatica l’essere umano. Gli interessa la Storia che, fecondata dall’apporto dialettico, svela i suoi segreti e cessa di presentarsi come un guazzabuglio di episodi, battaglie, condottieri, turbe, cause effimere ed effetti inspiegabili. Il materialismo storico consente di interpretare il passato e prevedere il futuro sulla base di dati oggettivi, verificabili, misurabili. Non è un vaticinio o una profezia, ma qualcosa di incomparabilmente più prezioso: è un metodo. Però è stato foggiato nella fucina di mastro Georg, e questo non resterà senza conseguenze.

giovedì 4 luglio 2013

VERSO IL PROGRAMMA DI GOTHA DELLA RETE28APRILE



di Lorenzo Mortara
Rsu Fiom-Cgil Rete28Aprile

trovate questo testo anche sul blog della Rete28aprile Piemonte

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Premesso che come R28A, se vogliamo davvero andare lontano, dovremmo almeno risolvere i problemi più semplici, quali gli interventi dei compagni alle nostre assemblee. Non è possibile che ancora oggi si ripetano vecchi errori, e non si abbia un metodo chiaro e trasparente in merito. Basterebbe annunciare sul sito, con la data e il luogo dell’assemblea, anche che all’arrivo i compagni troveranno sul tavolo un foglio su cui iscriversi per l’intervento. Dopo di che, prima di iniziare la relazione, si annunceranno il numero di interventi e si dividerà il tempo a disposizione in parti uguali, così si avranno un’assemblea e degli interventi il più democratici possibile.
Detto questo, visto che non ho potuto intervenire direttamente all’assemblea del 29 Giugno, espongo in forma di tesine il mio contributo critico, anche come tentativo per un rinnovamento della Rete28Aprile stessa.


mercoledì 20 febbraio 2013

UNA RIVOLUZIONE "CONTRO" MARX? di Pasquale Setola






Una rivoluzione “contro” Marx?
Dal “lavoratore collettivo cooperativo” al partito-avanguardia.
di PASQUALE SETOLA





 Il soggetto della transizione in Marx.

Karl Marx (come Friedrich Engels)[1] nutriva la convinzione che la rivoluzione comunista si sarebbe imposta inizialmente nei paesi a più avanzato sviluppo capitalistico (Inghilterra, Germania, ecc.)[2], dove sarebbero esplose con forza le contraddizioni insite al modo di produzione capitalistico ― che da un lato produce la socializzazione delle forze produttive, e dall’altro le assoggetta alle istanze della valorizzazione del capitale ―, e quindi si sarebbe diffusa al resto del mondo. Sarebbero state le stesse forze produttive che il capitalismo, per valorizzarsi al massimo, crea, a costituire i suoi “affossatori” storici, ossia il “soggetto rivoluzionario della trasformazione anticapitalistica”. Ma, qual era, per Marx, questo “soggetto rivoluzionario anticapitalistico” strutturale che aveva in sé, nella sua essenza sociale, la capacità di superamento del capitalismo?

mercoledì 28 marzo 2012

DISCORSO SUL LIBERO SCAMBIO di Karl Marx



Karl Marx
Discorso sul libero scambio
pronunciato il 9 gennaio 1848 all'Associazione democratica di Bruxelles (253)


Signori,
l'abolizione delle leggi sul grano (44) in Inghilterra è il più grande trionfo conseguito dal libero scambio nel XIX secolo. In tutti i paesi in cui gli industriali parlano di libero scambio, essi hanno di mira principalmente il libero scambio del grano e delle materie prime in generale. Colpire con dazi protettivi i grani stranieri è infame, significa speculare sulla fame dei popoli.
Pane a buon mercato, salari elevati - cheap food, high wages - ecco il solo fine per il quale i liberoscambisti in Inghilterra hanno speso milioni; e già il loro entusiasmo si è esteso ai loro fratelli del continente. In generale, se si vuole il libero scambio, è per alleviare la condizione della classe lavoratrice.
Ma - fatto sorprendente! - il popolo, a cui si vuole per forza procurare pane a buon mercato, è quanto mai ingrato. Il pane a buon mercato è così malfamato in Inghilterra come il governo a buon mercato lo è in Francia. Il popolo vede in questi uomini pieni di abnegazione, in un Bowring, in un Bright e consorti, i suoi più grandi nemici e gli ipocriti più sfrontati.
Tutti sanno che la lotta fra liberali e democratici si chiama, in Inghilterra, lotta tra liberoscambisti e cartisti.
Vediamo ora come i liberoscambisti abbiano provato al popolo i nobili sentimenti da cui erano mossi.
Essi dicevano agli operai delle fabbriche:
II diritto prelevato sui cereali è una imposta sul salario; questa imposta, voi la pagate ai signori della terra, a questi aristocratici del medioevo; se la vostra posizione è miserevole, è a causa del caro prezzo dei viveri di prima necessità.
Gli operai domandavano a loro volta ai fabbricanti:
Come mai, negli ultimi trent'anni, nei quali la nostra industria si è potentemente sviluppata, il nostro salario è diminuito in proporzione ben più rapida di quanto sia aumentato il prezzo delle granaglie? L'imposta che, secondo voi, paghiamo ai proprietari fondiari, incide sull'operaio nella misura di circa tre pence per settimana. E tuttavia dal 1815 al 1843 il salario del tessitóre a mano è sceso da 28 scellini a 5 scellini per settimana; e il salario del tessitore nel laboratorio meccanizzato, dal 1823 al 1843 è diminuito da 20 a 8 scellini settimanali.
E durante tutto questo tempo la quota che abbiamo pagato al proprietario fondiario non ha mai oltrepassato i tre pence. Non solo: nel 1834, quando il pane era assai a buon mercato e il commercio prosperava, che ci dicevate? Se siete in condizioni miserevoli, è perché fate troppi figli, è perché il vostro matrimonio è più produttivo del vostro mestiere!
Questo ci dicevate allora; e siete andati a fare le nuove leggi per i poveri e a costruire quelle bastiglie dei proletari che sono le workhouses (I).
Ed ecco la risposta dei fabbricanti:
Avete ragione, signori operai; non è solo il prezzo del grano, ma anche la concorrenza fra le offerte di braccia che determina il salario.
Ma pensate a una cosa: il nostro suolo non si compone che di rocce e di banchi di sabbia. Pensate, per caso, che sia possibile far nascere il grano nei vasi da fiori? Ebbene, se invece di prodigare il nostro capitale e il nostro lavoro in un suolo del tutto sterile, abbandonassimo l'agricoltura e ci dedicassimo esclusivamente all'industria, tutta l'Europa abbandonerebbe le manifatture, e l'Inghilterra si trasformerebbe in una sola grande città che avrebbe per campagna il resto d'Europa.
Senonché mentre parla in tal modo ai propri operai, il fabbricante viene interpellato dal piccolo commerciante:
Ma, se aboliamo le leggi sul grano, roviniamo, sì, l'agricoltura, ma non per questo costringeremo gli altri paesi a rifornirsi nelle nostre fabbriche e ad abbandonare le loro! Risultato? Io perderò i miei affari con la campagna e il commercio interno perderà i suoi mercati.
Il fabbricante allora, volgendo le spalle agli operai, risponde al bottegaio:
Quanto a questo, lasciateci fare. Una volta abolita l'imposta sul grano, avremo dall'estero grano più a buon mercato. Poi abbasseremo il salario, che aumenterà contemporaneamente negli altri paesi donde ci riforniamo di grano.
Così, ai vantaggi che già abbiamo, si aggiungerà anche quello di un salario più basso, per cui, avvantaggiati in tanti modi, potremo ben costringere il continente a rifornirsi da noi.
Ma ecco unirsi alla discussione l'imprenditore agricolo e il bracciante.
E di noi, allora - dicono - che ne sarà?
Faremo morire l'agricoltura che ci fa vivere? Dovremo sopportare che ci si tolga il suolo di sotto ai piedi?
Per tutta risposta l'Anti-Corn-Law-League (II) si è accontentata di assegnare dei premi ai tre migliori scritti che trattino della salutare efficacia esercitata sull'agricoltura inglese dall'abolizione delle leggi sul grano.
Questi premi sono stati vinti dai signori Hope, Morse e Greg, i cui libri sono stati diffusi per le campagne a migliaia di copie.
Il primo dei premiati comincia col dimostrare che né l'imprenditore né il bracciante agricolo perderanno per la libera importazione del grano dall'estero, bensì solo il proprietario terriero: l'imprenditore agricolo inglese - esclama Hope - non ha nulla da temere dall'abolizione delle leggi sul grano, perché nessun paese può produrre grano di così buona qualità e così a buon mercato come l'Inghilterra.
Così, quand'anche il prezzo del grano precipitasse, ciò non vi recherebbe pregiudizio, dato che tale abbassamento inciderebbe solo sulla rendita, che diminuirebbe, e per nulla sul profitto del capitale e sul salario, che resterebbero invariati.
Il secondo premiato; il signor Morse, sostiene al contrario che il prezzo del grano aumenterà in seguito all'abolizione delle leggi sui cereali. E si affanna a dimostrare che mai dazi protettivi hanno potuto assicurare al grano un prezzo remunerativo.
A sostegno della sua asserzione il signor Morse cita il fatto che tutte le volte che è stato importato grano straniero, il prezzo del grano in Inghilterra è considerevolmente aumentato, mentre quando se ne importava poco, il prezzo diminuiva estremamente. Il premiato dimentica che non l'importazione era causa del prezzo elevato, ma che il prezzo elevato era causa dell'importazione.
E - tutt'al contrario del collega premiato - il signor Morse afferma che qualsiasi aumento del prezzo dei cereali va a profitto dell'imprenditore agricolo e del bracciante, e non a profitto del proprietario fondiario.
Il terzo premiato, il signor Greg, che è un grande industriale e il cui libro si rivolge alla classe dei grandi imprenditori agricoli, non poteva accontentarsi di simili sciocchezze. Il suo linguaggio è più scientifico. Greg ammette che le leggi sul grano non fanno aumentare la rendita se non facendo aumentare il prezzo del grano, e che non fanno aumentare il prezzo del grano se non costringendo il capitale ad applicarsi a terreni di qualità inferiore, e tutto ciò è naturale.
Man mano che la popolazione aumenta, se il grano straniero non può entrare nel paese, si è costretti a valorizzare terreni meno fertili, la cui coltivazione esige maggiori spese, e il cui prodotto di conseguenza è più caro.
Essendo quella del grano una vendita praticamente forzosa il suo prezzo si stabilirà su quello dei prodotti dei terreni più costosi. La differenza fra questi prezzi e le spese di produzione dei migliori terreni, costituisce la rendita.
Così, se in seguito all'abolizione delle leggi sul grano, il prezzo del grano, e di conseguenza la rendita, precipita, ciò avviene perché i terreni meno fertili cesseraano di essere coltivati. Dunque la riduzione della rendita implicherà senza fallo la rovina di una parte degli imprenditori agricoli.
Queste osservazioni erano necessarie per intendere il linguaggio del signor Greg
I piccoli imprenditori agricoli - dice - che non potranno più vivere con l'agricoltura, troveranno una risorsa nell'industria. Quanto ai grandi imprenditori, debbono guadagnarvi. O infatti i proprietari saranno costretti a vender loro estremamente a buon mercato le loro terre, ovvero i contratti di affitto che stipuleranno con loro saranno a scadenza quanto mai prolungata. Questo permetterà agli imprenditori agricoli di investire nella terra grandi capitali, d'impiegarvi macchine su più vasta scala e di risparmiare così lavoro manuale, che d'altronde sarà a più buon mercato per la diminuzione generale dei salari, conseguenza immediata dell'abolizione delle leggi sul grano.
Il dottor Bowring ha conferito poi a questi argomenti una con sacrazione religiosa, esclamando in un pubblico comizio: "Gesù Cristo è il libero scambio; il libero scambio è Gesù Cristo!".
Si comprende ora come tutta questa ipocrisia non era la più adatta per far gustare agli operai il pane a buon mercato.
Del resto, come avrebbero potuto gli operai comprendere l'improvvisa filantropia degli industriali, che erano ancora impegnati a combattere la Legge delle dieci ore (78), con cui si voleva ridurre da dodici a dieci ore la giornata lavorativa nelle fabbriche?
Per darvi un'idea della filantropia di questi industriali, vi ricorderò, signori, i regolamenti stabiliti in "tutte le fabbriche.
Ogni industriale possiede, per suo uso privato, un vero e proprio codice penale in cui sono fissate ammende per tutte le mancanze degli operai, volontarie o involontarie. Ad esempio, l'operaio pagherà un tanto, se per sua disgrazia si siede su una sedia, o borbotta, o chiacchiera, o ride, o arriva con alcuni minuti di ritardo, o una parte della macchina si rompe o non consegna gli oggetti di una determinata qualità, ecc. ecc. Le ammende son sempre superiori al danno effettivamente causato dall'operaio. E per dargli poi ogni possibilità di incorrere nelle penalità stabilite, si fa avanzare l'orologio della fabbrica e si danno all'operaio materie prime scadenti, con la pretesa che ne tragga dei buoni prodotti. E persino si destituisce il capo reparto che non sia abbastanza abile nell'arte di moltiplicare i casi di contravvenzione.
Lo vedete, signori, questa legislazione privata è fatta apposta per generare contravvenzioni; le quali sono un'altra fonte da cui ricavare denaro. Così il fabbricante ricorre a tutti i mezzi per ridurre il salario nominale e per sfruttare perfino gli incidenti di cui l'operaio non può essere responsabile.
E questi stessi industriali sono i filantropi che volevano far credere agli operai di volersi sobbarcare a enormi spese unicamente per migliorare la loro sorte.
Così, da un lato questi signori assottigliano il salario dell'operaio attaccandosi ai regolamenti di fabbrica nel modo più meschino, dall'altro si impongono i più grandi sacrifici per farlo aumentare per mezzo dell'Anti-Corn-Law-League.
Costruiscono, spendendo somme enormi, dei palazzi ove la Lega stabilisca in qualche modo la sua sede ufficiale; inviano un esercito di missionari in tutti i punti dell'Inghilterra a predicare la religione del libero scambio; fanno stampare e distribuire gratis migliaia di opuscoli per illuminare l'operaio sui suoi interessi; spendono milioni per guadagnare la stampa alla loro causa; organizzano una vasta amministrazione per dirigere i movimenti liberoscambisti; infine sfoggiano tutta la ricchezza della loro eloquenza in pubblici comizi. Fu appunto in uno di questi comuni che un operaio gridò:
"Se i proprietari fondiari vendessero le nostre ossa, voi altri industriali sareste i primi a comprarle, per gettarle in un mulino a vapore e farne farina ".
Gli operai .inglesi hanno compreso assai bene il significato della lotta fra i proprietari fondiari e i capitalisti. Essi sanno fin troppo bene che si voleva abbassare il prezzo del pane per diminuire il salario e che il profitto industriale sarebbe aumentato di quanto fosse diminuita la rendita.
Ricardo, l'apostolo dei liberoscambisti inglesi, il più eminente economista del nostro secolo, su questo punto si trova perfettamente d'accordo con gli operai.
Nella sua celebre opera sull'economia politica egli scrive:
"Se invece di raccogliere il grano in casa nostra... scoprissimo un nuovo mercato ove potessimo procurarci questo prodotto a miglior prezzo, in tal caso i salari dovrebbero diminuire e i profitti aumentare... La diminuzione del prezzo dei prodotti agricoli riduce non solo i salari dei lavoratori occupati nell'agricoltura, ma anche quelli di tutti coloro che lavorano nell'industria e nel commercio "(254).
E non crediate, signori, che per l'operaio sia indifferente ricevere 4 franchi invece di 5, pur essendo il grano più a buon mercato. Non è forse il suo salario diminuito in rapporto al profitto? E non è chiaro che la sua posizione sociale è peggiorata nei confronti del capitalista? Ma oltre a ciò egli perde anche di fatto.
Finché il prezzo del granò era più elevato, come pure il salario, un piccolo risparmio fatto sul consumo del pane era sufficiente all'operaio per soddisfare altri bisogni; ma dal momento che il prezzo del pane e, di conseguenza, il salario, sono a un livello molto basso, non gli sarà più possibile economizzare sul pane per procurarsi altri oggetti.
Gli operai inglesi hanno fatto capire ai liberoscambisti che non si lasciano abbindolare dalle loro illusorie menzogne; e se, ciononostante, si sono alleati a loro contro i proprietari fondiari, lo hanno fatto per distruggere gli ultimi avanzi del feudalesimo e per non aver più di fronte che un solo nemico. E non si sono ingannati nei loro calcoli, poiché i proprietari fondiari, per vendicarsi degli industriali, hanno fatto causa comune con gli operai per far approvare la Legge delle dieci ore, che gli operai per trent'anni avevano tentato invano di far approvare, e che passò invece immediatamente dopo l'abolizione dei dazi sui cereali.
Se al congresso degli economisti (III) il dottor Bowring ha tratto di tasca una lunga lista per mostrare le quantità di bestiame, di prosciutto, di lardo, di polli, ecc. ecc., che sono state importate in Inghilterra per il consumo - dice lui - degli operai, egli ha disgraziatamente dimenticato di dire, che, nello stesso momento, gli operai di Manchester e delle altre città industriali si trovavano sul lastrico per la crisi che si iniziava.
In economia politica non bisogna mai, per principio, raggruppare le cifre di un solo anno per trame delle leggi generali. Bisogna sempre considerare il termine medio di sei o sette anni, lasso di tempo durante il quale l'industria moderna passa per le diverse fasi di prosperità, di sovrapproduzione, di ristagno, di crisi e conclude il suo ciclo fatale (192).
Indubbiamente se il prezzo di tutte le merci diminuisce, ed è questa la conseguenza necessaria del libero scambio, sarà possibile procurarsi con un franco assai più cose di prima. E il franco di un operaio vale il franco di qualsiasi altro. Dunque il libero scambio sarà molto vantaggioso per l'operaio. C'è solo un piccolo inconveniente: cioè che l'operaio, prima di scambiare il suo franco con altre merci, ha operato lo scambio del suo lavoro col capitale. Se in questo scambio ricevesse sempre per lo stesso lavoro il franco in questione, e contemporaneamente il prezzo di tutte le altre merci diminuisse, in questo scambio egli guadagnerebbe sempre. Il difficile non consiste nel dimostrare che, diminuendo il prezzo di tutte le merci, si ottengano più merci per il medesimo denaro.
Gli economisti considerano sempre il prezzo del lavoro nel momento in cui viene scambiato contro altre merci; ma trascurano completamente il momento in cui il lavoro opera il suo scambio col capitale.
Se occorrono meno spese per mettere in moto la macchina che produce le merci, anche le cose necessarie per mantenere questa macchina, che si chiama lavoratore, costeranno meno care. Se tutte le merci sono più a buon mercato, il lavoro, che è anch'esso una merce, diminuirà egualmente di prezzo, e, come vedremo in seguito, questo lavoro-mercé diminuirà in proporzione assai più che le altre merci. Se il lavoratore si affida agli argomenti degli economisti, si accorgerà che il franco gli si è fuso in tasca e che non gli restano più di cinque soldi.
Allora gli economisti vi diranno: ebbene, ammettiamo che la concorrenza fra gli operai, che certo non sarà diminuita in regime di libero scambio, non tarderà ad adeguare i salari al basso prezzo delle merci. Ma d'altra parte il basso prezzo delle merci farà aumentare il consumo; il maggior consumo esigerà una maggiore produzione, la quale comporterà una più forte domanda di mano d'opera; e a questa più forte domanda di mano d'opera seguirà un aumento dei salari.
Tutto questo ragionamento si riduce a questo: il libero scambio aumenta le forze produttive. Se l'industria si sviluppa, se la ricchezza, se la potenza produttiva, se in una parola il capitale produttivo fa aumentare la domanda di lavoro, aumenta anche il prezzo del lavoro, e, di conseguenza, il salario. Dunque la miglior condizione per l'operaio è l'accrescimento del capitale. E bisogna convenirne. Se invece il capitale resta stazionario, l'industria non si limiterà a restare stazionaria, ma declinerà, e in questo caso l'operaio ne sarà la prima vittima. Andrà in malora prima del capitalista. E nel caso in cui il capitale si accresce, caso che abbiamo definito il migliore per l'operaio, quale sarà la sua sorte? Andrà egualmente in malora. L'accrescimento del capitale produttivo implica l'accumulazione e la concentrazione dei capitali. La centralizzazione dei capitali determina una maggior divisione del lavoro e un maggiore impiego di macchine. La maggior divisione del lavoro distrugge la specializzazione del lavoro, distrugge l'abilità particolare del lavoratore e, sostituendo a questa un lavoro che ciascuno può compiere, aumenta la concorrenza fra gli operai.
Concorrenza che diventa tanto più forte quanto più la divisione del lavoro fornisce all'operaio i mezzi per compiere da solo il lavoro di tre. Le macchine portano allo stesso risultato su scala ancora molto più vasta. L'accrescimento del capitale produttivo, costringendo i capitalisti industriali a lavorare con mezzi sempre più cospicui, manda in rovina i piccoli industriali e li precipita nel proletariato. Poi, siccome il tasso dell'interesse diminuisce a misura che i capitali si accumulano, i piccoli rentiers che non possono più vivere delle loro rendite saranno costretti a rivolgersi all'industria e ad ingrossare cosi le file dei proletari.
Infine, più il capitale produttivo aumenta, più è costretto a produrre per un mercato di cui non conosce i bisogni; più la produzione precede il bisogno, più l'offerta cerca di forzare la domanda, e, di conseguenza, le crisi aumentano di intensità e di rapidità. Ma ogni crisi, a sua volta, accelera la centralizzazione dei capitali e ingrossa il proletariato
Così, a misura che il capitale produttivo si accresce, la concorrenza fra gli operai si accresce in proporzione assai maggiore. La retribuzione del lavoro diminuisce per tutti e il fardello del lavoro aumenta per alcuni.
Nel 1829 c'erano a Manchester 1.088 filatori occupati in 36 fabbriche. Nel 1841 c'erano solo 448 filatori, i quali però facevano funzionare 53.353 fusi in più che non i 1.088 operai del 1829. Se il lavoro manuale fosse aumentato proporzionalmente al potere produttivo, il numero degli operai avrebbe dovuto raggiungere la cifra di 1.848: dunque i miglioramenti tecnici hanno tolto il lavoro a 1.100 operai (255).
Noi sappiamo già quale sarà la risposta degli economisti. Questi uomini privati del lavoro, essi dicono, troveranno un altro impiego. Il dottor Bowring non ha mancato di portare questo argomento al congresso degli economisti, ma non ha neppur mancato di smentirsi da se stesso.
Nel 1835 il dottor Bowring pronunciò un discorso alla Camera dei comuni a proposito dei 50.000 tessitori di Londra che da molto tempo muoiono di inedia senza riuscir a trovare questa nuova occupazione che i liberoscambisti fanno loro intravedere da lontano.
Ecco qui i passi salienti del discorso del dottor Bowring:
"La miseria dei tessitori a mano è il destino inevitabile di qualsiasi lavoro che si apprenda facilmente e che sia suscettibile di essere sostituito ad ogni istante da mezzi meno costosi. Poiché in questo caso la concorrenza fra gli operai è estremamente grande, la minima caduta della domanda porta a una crisi. I tessitori a mano si trovano in certo qual modo ai limiti dell'esistenza umana. Un passo ancora, e la loro esistenza diviene impossibile. La minima scossa è sufficiente a gettarli sulla strada della rovina. I progressi della meccanica, sopprimendo sempre più il lavoro manuale, comportano senza fallo, durante il periodo di transizione, molte sofferenze temporanee. Il benessere nazionale non si può acquistare che a prezzo di qualche male individuale. Nell'industria, si avanza solo a spese di chi rimane indietro; e fra tutte le scoperte, il telaio a vapore è quella che più grava sui tessitori a mano. Già in molti articoli che venivano fabbricati a mano il tessitore è stato posto fuori combattimento, ma sarà battuto in molti altri prodotti che si fabbricano ancora a mano."
"Ho qui sottomano ", dice il dott. Bowring più avanti, " una corrispondenza fra il governatore generale e la compagnia delle Indie Orientali. Queste lettere concernono i tessitori del distretto di Dacca. Dice il governatore nelle sue lettere: Qualche anno fa la Compagnia delle Indie Orientali riceveva da sei a otto milioni di pezze di cotone che venivano fabbricate dai telai a mano del paese; la domanda diminuì costantemente e si ridusse a un milione di pezze circa.
In questo momento è quasi completamente cessata. Inoltre, nei 1800 l'America del Nord ha importato dalle Indie circa 800.000 pezze di cotone. Nel 1830 non ne importò neppure 4.000. Infine, nel 1800 vennero spedite in Portogallo un milione di pezze di cotone. Nel 1830 il Portogallo non ne riceveva più che 20.000.
Le relazioni sulla miseria dei tessitori indiani sono terribili. Ma quale fu l'origine di questa miseria?
La comparsa sul mercato dei prodotti inglesi; la produzione dell'articolo per mezzo dei telai a vapore. Un gran numero di tessitori è morto d'inedia; il resto si è dato ad altre occupazioni, soprattutto ai lavori agricoli. Non poter cambiare occupazione, significa per questa gente la morte. In questo momento il distretto di Dacca rigurgita di filati e di tessuti inglesi. La mussola di Dacca, rinomata in tutto il mondo per la bellezza e per la solidità del tessuto, è egualmente scomparsa in seguito alla concorrenza delle macchine inglesi. In tutta la storia dell'industria si stenterebbe forse a trovare sofferenze simili a quelle che in questo modo classi intere hanno dovuto sopportare nelle Indie Orientali " (256).
Il discorso del dottor Bowring è tanto più degno di nota in quanto i fatti in esso citati sono esatti e le frasi con cui egli cerca di attenuarli portano nettamente impresso quel carattere di ipocrisia che è comune a tutti i sermoni liberoscambisti. Bowring presenta gli operai come mezzi di produzione che è necessario sostituire con altri mezzi di produzione meno costosi. Egli finge di vedere nel lavoro di cui parla un lavoro del tutto eccezionale, e nella macchina che ha schiacciato i tessitori una macchina altrettanto eccezionale. Dimentica che non vi è lavoro manuale che non sia suscettibile di subire da un momento all'altro la sorte dell'industria tessile.
"Lo scopo costante e la tendenza di ogni perfezionamento meccanico è, in effetti, di eliminare interamente il lavoro dell'uomo o di diminuirne il prezzo, sostituendo agli operai adulti le donne e i fanciulli; ovvero all'abile artigiano l'operaio non qualificato. Nella maggior parte delle filande a telai continui - in inglese throstle-mills - la filatura viene interamente eseguita da ragazze da sedici anni in giù (IV). L'introduzione del self-actor al posto della hand-mule (89) ha avuto per effetto il licenziamento della maggior parte dei filatori e l'assunzione di fanciulli e di adolescenti."
Queste parole di uno dei più accaniti sostenitori del libero scambio, il dottor Ure (257), servono a completare le confessioni di Bowring, il quale parla di alcuni mali individuali e dice, nel medesimo tempo, che questi mali individuali mandano in rovina intere classi; il quale parla di sofferenze passeggere del periodo di transizione e in pari tempo non dissimula il fatto che queste sofferenze passeggere hanno significato per i più il passaggio dalla vita alla morte e per i restanti il passaggio da una condizione migliore a una peggiore. Quando dice, in seguito, che le sventure di questi operai sono inseparabili dal progresso dell'industria e necessarie al benessere nazionale, egli afferma semplicemente che il benessere della classe borghese ha per condizione necessaria la miseria della classe lavoratrice.
Tutto il discorso di Bowring per consolare gli operai che muoiono e, in generale, tutta la dottrina di compensazione dei liberoscambisti si riduce a questo:
Voi, migliaia di operai che morite, non doletevene. Voi potete morire in tutta tranquillità. La vostra classe non perirà. Essa sarà sempre tanto numerosa che il capitale la potrà decimare senza temere di annientarla. D'altronde, come volete che il capitale trovi un impiego utile se non avesse cura di tenersi costantemente in serbo la materia da sfruttare, gli operai, per sfruttarli di nuovo?
Ma perché si deve considerare non ancora risolto il problema dell'influenza che la realizzazione del libero scambio eserciterà sulla situazione della classe operaia? Tutte le leggi esposte dagli economisti, da Quesnay a Ricardo, sono fondate sul presupposto che gli ostacoli che impacciano ancora la libertà di commercio non esistano più. Queste leggi trovano la loro conferma a misura che il libero scambio si realizza.
La prima di queste leggi è che la concorrenza riduce il prezzo di ogni mercé al minimo del suo costo di produzione. Così il minimo di salario è il prezzo naturale del lavoro. E che cosa è il minimo di salario? È esattamente ciò che è necessario per far produrre gli oggetti indispensabili al sostentamento dell'operaio, per metterlo in condizioni di nutrirsi bene o male e di propagare alla meglio la propria classe.
Se non crediamo per questo che l'operaio avrà solo un tale minimo di salario, tanto meno crediamo che egli avrà sempre questo minimo di salario.
No, secondo questa legge la classe operaia sarà qualche volta più fortunata. Avrà qualche volta più del minimo; ma questo sovrappiù non sarà che la compensazione di ciò che essa avrà in meno del minimo nei periodi di stasi industriale: questo significa che in un certo periodo di tempo ricorrente, in quel ciclo che l'industria compie passando attraverso le fasi di prosperità, di sovrapproduzione, di ristagno, di crisi, calcolando tutto ciò che la classe operaia avrà avuto in più o in meno del necessario, si vedrà che tutto sommato non avrà avuto né più né meno del minimo; essa si sarà cioè conservata come classe dopo avere lasciato dietro di sé tanto di sventure, tanto di miserie, tanto di cadaveri sul campo di battaglia dell'industria. Ma che importa? La classe sussiste sempre e, ciò che è meglio, si sarà accresciuta.
Ma non è tutto. Il progresso dell'industria produce mezzi di sussistenza meno costosi. Così l'acquavite ha sostituito la birra, il cotone ha sostituito la lana ed il lino e la patata ha sostituito il pane.
Così, poiché si trovano sempre dei mezzi per alimentare il lavoro con prodotti meno cari, più miserabili, il minimo del salario va continuamente diminuendo. Se questo salario ha cominciato a far lavorare l'uomo per vivere, finisce per far vivere all'uomo una vita da macchina. La sua esistenza non ha altro valore che quello di una pura e semplice forza produttiva; e il capitalista lo tratta in conseguenza.
Questa legge del lavoro-merce, del minimo del salario, si verificherà a misura che il presupposto degli economisti, il libero scambio, sarà divenuto una realtà, un'attualità. Così, delle due possibilità l'una: o è necessario rinnegare tutta l'economia politica basata sul presupposto del libero scambio, ovvero bisogna convenire che in regime di libero scambio gli operai saranno colpiti da tutto il rigore delle leggi economiche.
Per riassumere: nello stato attuale della società, che cosa è dunque il libero scambio? È la libertà del capitale. Quando avrete lasciato cadere quei pochi ostacoli nazionali che raffrenano ancora la marcia del capitale, non avrete fatto che dare via libera alla sua attività. Finché lasciate sussistere il rapporto fra il lavoro salariato ed il capitale, lo scambio delle merci fra loro avrà un bel verificarsi nelle condizioni più favorevoli; vi sarà sempre una classe che sfrutterà e una classe che sarà sfruttata. Davvero è difficile comprendere la pretesa dei liberoscambisti, i quali immaginano che l'impiego più vantaggioso del capitale farà scomparire l'antagonismo fra i capitalisti industriali ed i lavoratori salariati. Al contrario, il risultato sarà che l'opposizione fra le due classi si delineerà più nettamente ancora.
Ammettete per un momento che non vi siano più leggi sui cereali, più dogane, più dazi, che insomma siano interamente scomparse tutte le circostanze accessorie, a cui l'operaio può ancora imputare la colpa della propria situazione miserevole, ed avrete strappato altrettanti veli che attualmente coprono ai suoi occhi il vero nemico.
Egli vedrà che il capitale divenuto libero non lo rende meno schiavo del capitale vessato dalle dogane.
Signori, non vi lasciate suggestionare dalla parola astratta di libertà. Libertà di chi? Non è la libertà di un singolo individuo di fronte a un altro individuo. È la libertà che ha il capitale di schiacciare il lavoratore.
Come volete ancora sanzionare la libera concorrenza con questa idea di libertà quando questa stessa libertà non è che il prodotto di uno stato di cose basato sulla libera concorrenza?
Abbiamo mostrato che cosa sia la fraternità che il libero scambio fa nascere fra le varie classi di una sola e medesima nazione. La fraternità che il libero scambio stabilirebbe fra le varie nazioni della terra non sarebbe molto più fraterna. Designare col nome di fraternità universale lo sfruttamento giunto al suo stadio internazionale, è un'idea che poteva avere origine solo in seno alla borghesia. Tutti i fenomeni di distruzione che la libera concorrenza fa sorgere all'interno di un paese si riproducono in proporzioni più gigantesche sul mercato mondiale. Non abbiamo bisogno di soffermarci più a lungo sui sofismi spacciati a questo proposito dai liberoscambisti, che valgono quanto gli argomenti dei nostri tre premiati, i signori Hope, Morse e Greg.
Ci si dice per esempio che il libero scambio farebbe nascere una divisione internazionale del lavoro che assegnerebbe a ciascun paese una produzione in armonia con i suoi vantaggi naturali.
Voi pensate forse, signori, che la produzione del caffè e dello zucchero sia il destino naturale delle Indie Occidentali. Ebbene, due secoli fa la natura, che non si immischia troppo nelle faccende commerciali, non vi aveva messo né la pianta del caffè, né la canna da zucchero.
E non passerà forse mezzo secolo che non vi troverete più né caffè né zucchero, perché le Indie Orientali, con la loro produzione più a buon mercato, hanno già vittoriosamente combattuto questo preteso destino naturale delle Indie Occidentali. E queste Indie Occidentali con i loro "doni naturali sono già per gli inglesi un fardello così pesante come i tessitori di Dacca, che, essi pure, erano destinati dall'origine dei tempi a tessere a mano.
Una cosa ancora non bisogna mai perdere di vista: come tutto è divenuto monopolio, vi sono ai nostri giorni anche alcuni rami industriali che dominano tutti gli altri e che assicurano ai popoli che li sfruttano di più l'impero sul mercato mondiale. Ecco perché nel commercio internazionale il cotone ha da solo un valore commerciale molto maggiore di quello che hanno, prese insieme, tutte le altre materie prime impiegate nella fabbricazione degli abiti. È davvero ridicolo vedere i liberoscambisti indicare alcune specialità in ogni ramo industriale per contrapporle ai prodotti d'uso comune che si producono a un prezzo minimo nei paesi ove l'industria è più sviluppata.
Se i liberoscambisti non possono comprendere come un paese possa arricchirsi a spese di un altro, non dobbiamo stupircene; poiché questi stessi signori non vogliono neppure comprendere come all'interno di un paese una classe possa arricchirsi a spese di un'altra classe.
Non crediate, signori, che facendo la critica della libertà commerciale abbiamo l'intenzione di difendere il sistema protezionista. Si può essere nemici del regime costituzionale senza essere per questo amici dell'assolutismo.
D'altronde, il sistema protezionista non è che un mezzo per impiantare presso un popolo la grande industria, ossia per farlo dipendere dal mercato mondiale, e dal momento che si dipende dal mercato mondiale, si dipende già più o meno dal libero scambio. Oltre a ciò, il sistema protezionista contribuisce a sviluppare la libera concorrenza all'interno di un paese. Per questo noi vediamo che nei paesi in cui la borghesia comincia a farsi valere come classe, in Germania ad esempio, essa compie grandi sforzi per avere dei dazi protettivi. Sono queste le sue armi contro il feudalesimo e contro il governo assoluto, è questo un suo mezzo di concentrare le proprie forze per realizzare il libero scambio all'interno dello stesso paese.
Ma in generale ai nostri giorni il sistema protezionista è conservatore, mentre il sistema del libero scambio è distruttivo. Esso dissolve le antiche nazionalità e spinge all'estremo l'antagonismo fra la borghesia e il proletariato. In una parola, il sistema della libertà di commercio affretta la rivoluzione sociale. È solamente in questo senso rivoluzionario, signori, che io voto in favore del libero scambio.
Dal francese.
Note
I) case di lavoro
II) Lega contro le leggi sul grano
III) Su questo congresso vedi pp. 291-295 e 299-308 del presente volume.
IV) In Andrew Ure, " The Philosophy of Manufactures... ", London 1861, p. 23: upwards [in su]
44) Nel giugno 1846 fu approvata la legge che aboliva i dazi sul grano. Le cosiddette leggi sul grano, che miravano a limitare o vietare l'importazione di cereali, erano state introdotte nell'interesse dei grandi proprietari fondiari inglesi. La loro abolizione fu una vittoria della borghesia industriale, che si era battuta contro di esse sotto la parola d'ordine del libero scambio.
78) La Legge delle 10 ore, che riguardava soltanto i ragazzi e le donne, fu approvata dal parlamento inglese l'8 giugno 1847; ma molti fabbricanti non lo osservavano.
89) Dopo l'invenzione di Wyatt (1735), si hanno in Inghilterra continui progressi nella meccanizzazione della filatura, che sono di grande importanza per lo sviluppo del capitalismo. James Hargreaves costruisce intorno al 1764 la "spinning jenny" (dal nome della figlia Jenny), che ha vari pregi rispetto alle filatrici preesistenti, ma è ancora azionata a mano. Sir Richard Arkwright perfeziona in vari modi la filatrice ideata da Lewis Paul nel 1738 e soprattutto, negli anni 1769-1771, utilizza la forza idraulica. Questa filatrice assume il nome di "throstle" (tordo). Nel 1779 Samuel Crompton costruisce una macchina che combina le caratteristiche della jenny e della throstle, chiamandola "mule jenny" o semplicemente "mule" (mulo, bastardo, che unisce due nature). Nel 1825 si ha infine la "selfacting mule" (mule automatica) o "selfactor" (automatico), la filatrice automatica di Richard Robert.
253) II " Discorso sulla questione del libero scambio " di Marx fu pubblicato a Bruxelles in francese, come opuscolo, all'inizio di febbraio 1848; lo stesso anno apparve in Germania la traduzione tedesca curata da Joseph Weydemeyer. Nel 1885, per desiderio di Engels, questo scritto fu annesso come appendice alla prima edizione tedesca di "Miseria della filosofia", e come tale ristampato più volte in edizioni successive. La prima traduzione russa, curata da Plechanov, fu pubblicata nel 1885 come opuscolo a Ginevra dal gruppo marxista russo Liberazione del lavoro. Nel 1889 apparve a Boston un'edizione americana con una prefazione di Engels, già pubblicata come articolo sulla "Neue Zeit", luglio 1888, sotto il titolo "Dazio protettivo e libero scambio". La prima traduzione italiana apparve su "Critica sociale , Milano, IV, 1894, sotto il titolo "Libero scambio e socialismo".
254) Marx cita secondo l'edizione francese dell'opera di David Ricardo, " Des principes de l'economie politique et de l'impót" (trad. di F.-S. Constando, con note esplicative e critiche di J.-B. Say), II edizione, voll. 1-2, Parigi, 1835, pp. 178-179.
255) Nella prima edizione francese e nelle edizioni successive c'è probabilmente un errore di stampa; si dovrà leggere: 1548 invece di 1848, oppure: 1400 operai invece di 1100 operai.
256) II discorso tenuto da Bowring il 28 luglio 1835 alla Camera dei comuni è pubblicato in "Hansard's Parliamentary Debates: Third Series... Voi. XXIX ", Londra, 1835. I passi citati si trovano alle colonne 1168-1170. Questa parte del discorso di Bowring è riportata anche in Atkinson, " Principles of Political Economy ", Londra, 1840, pp. 36-38; da quest'opera derivano gli estratti di Marx.
257) Marx cita l'opera di Andrew Ure, "Phidosophie des manufactures ou economie industrielle... ", vol. I, Bruxelles, 1836. Per il presente volume si è con frontata la terza edizione inglese: "The Philosophy of Manufactures: or, an Exposition of thè Scientific, Moral, and Commercial Economy...", Londra, 1861, dove il passo citato si trova a p. 23

mercoledì 16 novembre 2011

IL GOVERNO TECNICO VISTO DAL GIORNALISTA KARL MARX



di Marcello Musto, da Il Manifesto, 13 novembre 2011


Ritornato, da qualche anno, a essere discusso dalla stampa di tutto il mondo per l'analisi e la previsione del carattere ciclico e strutturale delle crisi capitalistiche, Marx andrebbe oggi riletto in Grecia e in Italia anche per un'altra ragione: la ricomparsa del «governo tecnico».

In qualità di giornalista del New York Tribune, uno dei quotidiani più diffusi del suo tempo, Marx osservò gli avvenimenti politico-istituzionali che, in Inghilterra, nel 1852, portarono alla nascita di uno dei primi casi di «governo tecnico» della storia, il gabinetto Aberdeen (dicembre 1852 - gennaio 1855).

L'analisi di Marx si contraddistinse per sagacia e sarcasmo. Mentre il Times celebrava la nascita dell'avvenimento come il segno dell'ingresso «nel millennio politico, in un'epoca in cui lo spirito di partito è destinato a sparire e in cui soltanto genio, esperienza, industriosità e patriottismo daranno diritto ai pubblici uffici», e invocava per questo governo il sostegno degli «uomini di ogni tendenza», poiché «i suoi principi esigevano il consenso e l'appoggio universali»; egli irrise la situazione inglese nell'articolo Un governo decrepito. Prospettive del ministero di coalizione (gennaio 1853). 

Ciò che il Times considerava tanto moderno e avvincente costituiva per lui una farsa. Quando la stampa di Londra annunciò un «ministero composto da uomini nuovi», Marx dichiarò che «il mondo sarà certamente non poco stupito quando avrà appreso che la nuova era nella storia sta per essere inaugurata nientemeno che da logori e decrepiti ottuagenari (...), burocrati che hanno partecipato a quasi ogni governo dalla fine del secolo scorso, membri del gabinetto, doppiamente morti, per età e usura, e richiamati in vita solo artificialmente».

Accanto al giudizio sulle persone, c'era - naturalmente - quello, ben più importante, sulla politica. Marx si chiese, infatti: «Ci viene promessa la scomparsa totale delle lotte tra i partiti, anzi la scomparsa dei partiti stessi. Che cosa vuol dire il Times?». La domanda è, purtroppo, di stringente attualità, in un mondo in cui il dominio del capitale sul lavoro è tornato a essere selvaggio come lo era alla metà dell'Ottocento.

La separazione tra «economico» e «politico», che differenzia il capitalismo dai modi di produzione che lo hanno preceduto, è giunta oggi al suo culmine. L'economia non solo domina la politica, dettandole agenda e decisioni, ma è oramai posta al di fuori delle sue competenze e del controllo democratico, al punto che il cambio dei governi non modifica più gli indirizzi di politica economico e sociale.

Negli ultimi trenta anni si è proceduto, inesorabilmente, a trasferire il potere decisionale dalla sfera politica a quella economica; a trasformare possibili decisioni politiche in incontestabili imperativi economici, che sotto la maschera ideologica dell'apoliticità nascondevano, al contrario, un impianto eminentemente politico e dal contenuto assolutamente reazionario. La ridislocazione di una parte della sfera politica nell'economia, come ambito separato e immodificabile, il passaggio di potere dai parlamenti (già svuotati del loro valore rappresentativo da sistemi elettorali maggioritari e da revisioni autoritarie del rapporto tra il potere governativo e quello legislativo) al mercato e alle sue istituzioni e oligarchie, costituisce il più grave impedimento democratico del nostro tempo. 

I rating di Standard & Poor's, gli indici di Wall Street - questi enormi feticci della società contemporanea - valgono più della volontà popolare. Nel migliore dei casi, il potere politico può intervenire nell'economia (le classi dominanti ne hanno spesso bisogno per mitigare le distruzioni prodotte dall'anarchia del capitalismo e dalle sue violente crisi), ma senza mai poterne ridiscutere le regole e le scelte di fondo.

Esempio lampante di quanto descritto sinora sono gli eventi succedutisi in questi giorni in Grecia e in Italia. Dietro l'impostura del termine «governo tecnico» - o, come si usava dire ai tempi di Marx, del «governo di tutti i talenti» - si cela la sospensione della politica (non si possono concedere né referendum, né elezioni) che deve cedere del tutto il campo all'economia. Nell'articolo Operazioni del governo (aprile 1853), Marx affermò che «forse la cosa migliore che si può dire del governo di coalizione ("tecnico") è che esso rappresenta l'impotenza del potere (politico) in un momento di transizione». I governi non discutono più quali indirizzi economici adottare, ma sono gli indirizzi economici a generare la nascita dei governi.

In Italia i suoi punti programmatici sono stati elencati in una lettera (che avrebbe dovuto rimanere addirittura segreta) indirizzata, la scorsa estate, dalla Banca Centrale Europea al governo Berlusconi. Per «ristabilire la fiducia» dei mercati occorre procedere spediti sulla strada delle «riforme strutturali» (espressione divenuta sinonimo di scempio sociale), ovvero: riduzione salariale, revisione dei diritti dei lavoratori circa le norme che regolano l'assunzione e il licenziamento, aumento dell'età pensionabile e privatizzazioni su larga scala. I nuovi «governi tecnici», con a capo gli uomini cresciuti nelle stanze di alcune delle istituzioni economiche maggiormente responsabili della crisi (vedi la nomina di Papademos in Grecia e di Monti in Italia) seguiranno su questa strada. Ovviamente per il «bene del paese» e per il «futuro delle prossime generazioni». Al muro ogni voce fuori dal coro.

Se, invece, la sinistra non vuole scomparire deve ritornare a saper interpretare le cause vere della crisi in atto e avere il coraggio di proporre, e sperimentare, le necessarie risposte radicali per uscirne.

domenica 9 ottobre 2011

K. Marx: L'uomo essere naturale, dal blog di T. Bagarolo


Se l’uomo reale, corporeo, che sta sulla ferma rotonda terra, espirando e aspirando tutte le forze naturali, pone, nel suo alienarsi, le sue reali, oggettive forze sostanziali [Wesenskräfte] come oggetti estranei, questo porre non è Soggetto: è la soggettività di oggettive forze sostanziali, la cui azione perciò dev’essere anche una azione oggettiva. L’ente oggettivo agisce oggettivamente, e non potrebbe agire oggettivamente se l’oggettivo non fosse sua determinazione sostanziale. Esso produce, pone soltanto oggetti, perché è posto da [durch] oggetti, perché è intrinsecamente natura. Nell’atto di porre qualcosa, non passa, dunque, dalla sua “attività pura” a una produzione dell’oggetto, bensì il suo prodotto oggettivo attesta semplicemente la sua attività oggettiva, la sua attività in quanto attività di un oggettivo ente naturale.
Qui vediamo come il compiuto naturalismo o umanismo si distinguono tanto dall'idealismo quanto dal materialismo, e ad un tempo sia la verità che li congiunge entrambi. Vediamo al tempo stesso che soltanto il naturalismo è capace di comprendere l'azione della storia naturale.
L’uomo è immediatamente ente naturale. Come ente naturale, e ente naturale vivente, è da una parte fornito di forze naturali, di forze vitali, è un attivo ente naturale, e queste forze esistono in lui come disposizioni e capacità, come impulsi; e d’altra parte, in quanto ente naturale, corporeo, sensibile, oggettivo, è un ente passivo condizionato e limitato, come è anche l’animale, e la pianta: e cioè gli oggetti dei suoi impulsi esistono fuori di lui come oggetti da lui indipendenti, e tuttavia questi oggetti sono oggetti del suo bisogno, oggetti indispensabili, essenziali alla manifestazione e conferma delle sue forze essenziali. Che l’uomo sia un ente corporeo, dotato di forze naturali, vivente, reale, sensibile, oggettivo, significa ch’egli ha come oggetto della sua esistenza, della sua manifestazione vitale, degli oggetti reali, sensibili, o che può esprimere la sua vita soltanto in oggetti reali, sensibili. Esser oggettivi, naturali, sensibili, e avere altresì un oggetto, una natura, e sensi fuori di sé, oppure esser noi stessi oggetto, natura, sensi nei confronti di terzi, è l’identica cosa. La fame è un bisogno naturale, le occorre dunque una natura esteriore, un oggetto esteriore per soddisfarsi, per calmarsi. La fame è il confessato bisogno che un corpo ha di un oggetto esistente fuori di esso, indispensabile alla sua integrazione e alla espressione del suo essere. Il sole è oggetto della pianta, un oggetto indispensabile, che ne conferma la vita, come la pianta è oggetto del sole, in quanto è manifestazione della forza vivificante del sole, dell’oggettiva forza essenziale del sole.
Un ente che non abbia fuori di sé la sua natura non è un ente naturale, non partecipa dell’essere della natura. Un ente che non abbia alcun oggetto fuori di sé non è un ente oggettivo. Un ente che non sia esso stesso oggetto per un terzo non ha alcun ente come suo oggetto, cioè non si comporta oggettivamente, il suo essere non è niente di oggettivo.
Un ente non oggettivo è un non ente [Unwesen]. […]
L’uomo in quanto è un ente oggettivo sensibile è dunque un ente che patisce, e poiché è un ente che avverte il suo patire esso è un ente appassionato. La passione è la sostanziale forza umana tendente con energia al suo oggetto.

[da: Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, in Karl Marx - Friedrich Engels, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1976, vol. III, pp. 364-365].


[La storia è la vera storia naturale dell’uomo]

Ma l’uomo non è soltanto ente naturale, bensì è ente naturale umano: cioè ente che esiste a se stesso, perciò ente generico [Gattungswesen], e come tale deve attuarsi e confermarsi tanto nel suo essere che nel suo sapere. […] E come tutto ciò ch’è naturale deve nascere, così anche l’uomo ha il suo atto di nascita, la storia, ch’è tuttavia da lui consaputa, e però, in quanto atto di nascita con coscienza, è atto di nascita che sopprime [aufhebt] se stesso. La storia è la vera storia naturale dell’uomo.

[da: Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, in Karl Marx - Friedrich Engels, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1976, vol. III, pp. 365 e 366].


[La natura è il corpo inorganico dell’uomo; l'uomo è parte della natura]

La natura è il corpo inorganico dell’uomo: cioè la natura nella misura in cui non è essa stessa corpo umano. Che l’uomo vive della natura significa: che la natura è il suo corpo, con il quale egli deve rimanere in un processo continuo per non morire. Che la vita fisica e spirituale dell’uomo è congiunta con la natura, non ha altro significato se non che la natura si congiunge con se stessa, ché l’uomo è una parte della natura.

[da: Karl Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, in Karl Marx - Friedrich Engels, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1976, vol. III, p. 302].

Argomenti collegati:
- T. Bagarolo: Introduzione ai "Manoscritti economico-filosofici del 1844"
- K. Marx: MEF 1844: l'uomo essere naturale
- K: Marx: MEF 1844: rapporto dell'uomo con la natura nel lavoro
- K. Marx: MEF 1844: l'alienazione del lavoro
- K. Marx: MEF 1844: potenza sovvertitrice del denaro
- K. Marx: MEF 1844: mercificazione e alienazione dei bisogni
- K. Marx: MEF 1844: condizione dell'operaio
- K. Marx: MEF 1844: comunismo e riconciliazione con la natura
- K. Marx: MEF 1844: una sola scienza

venerdì 19 agosto 2011

Marx e gli economisti volgari, di Riccardo Achilli


Chi, come il sottoscritto, da ragazzo ha scelto di studiare economia con l'illusione di comprendere meglio le dinamiche, non solo economiche, ma ovviamente anche politiche e sociali del mondo, una volta iscrittosi all'università rimane profondamente deluso, dal momento in cui Marx, l'unico economista che ha descritto in modo completo i meccanismi profondi e strutturali di funzionamento del sistema capitalista, viene studiato, ed in modo superficiale, soltanto in una materia del quarto anno, peraltro facoltativa, mentre le nozioni di base di micro e macro economia del primo anno (ovviamente su un esame che, a differenza di quello relativo agli economisti classici come Marx, è obbligatorio) vengono impartite (ai miei tempi perlomeno) da un bizzarro orsacchiotto villoso marchigiano, di altezza non superiore al metro e cinquantacinque, ed appassionato di spiritismo, che è stato consulente dell'ex Ministero delle Partecipazioni Statali, viceministro delle Finanze ai tempi del primo Governo Berlusconi ed oggi è dirigente di punta (o per meglio dire, di tacco, vista la statura non elevata) di quella curiosa superfetazione del PDL che è il partito di Fini.
E' chiaro che con simili docenti e simili corsi di studio, e studiando su manuali di macroeconomia scritti da Stanley Fisher, che è stato direttore del FMI, si formano generazioni di ignoranti con il cervello atrofizzato, utili idioti per lavorare nelle banche e nelle società finanziarie, o per entrare all'università, contribuendo così alla formazione di ulteriori generazioni di idioti cum lauream. Quegli utili idioti che servono al capitalismo, per continuare a propagare quello che Marx definiva un vero e proprio feticismo, insieme al feticismo della merce: il feticismo di un'economia monetaria, che dimentica completamente i suoi fondamenti produttivi, per concentrarsi sulla mera illusione della moneta.
Per Marx la moneta è una merce particolare, che svolge tre funzioni essenziali per il capitalismo (unità di misura dei valori di scambio, mezzo di pagamento e strumento di tesaurizzazione). Naturalmente l'orsacchiotto marchigiano villoso ci disse, a noialtri ingenui ventenni, che queste funzioni della moneta le aveva inventate Keynes nella sua Teoria Generale (peccato che però la Teoria Generale fosse del 1936, mentre il Capitale di Marx, che tra l'altro definiva le funzioni della moneta, fosse stato pubblicato, nei suoi vari libri, fra 1867 e 1910).
Però la moneta in Marx, che studia non le forme apparenti, ma le forme strutturali di funzionamento del capitalismo, è soltanto un velo, o per usare le sue parole, è soltanto la “forma fenomenica necessaria” per determinare il valore di scambio della merce, per cui in definitiva il valore di scambio, ovvero il valore sociale della merce (che differisce dal suo valore d'uso, strettamente connesso ai bisogni materiali che essa soddisfa in chi la detiene), si traduce in "una forma di esistenza sociale in denaro, scissa dalla sua forma di esistenza naturale". Infatti, il vero valore di una merce è costituito dal tempo di lavoro socialmente necessario per produrla, mente il denaro è soltanto quella particolare merce che serve per fluidificare gli scambi. Quindi, lo sdoppiamento interno tra valore di scambio e valore d’uso di una merce si sviluppa, per Marx, nello sdoppiamento esterno tra merce e denaro, in cui l’una conta sempre come valore-lavoro, l’altro come velo, apparenza del regno degli scambi commerciali.
Occorre quindi tenere a mente questa fondamentale affermazione di Marx: le funzioni ed il valore di quella particolare merce che è il denaro dipendono, nel momento in cui il denaro si sgancia dal suo valore intrinseco in metalli preziosi e si smaterializza, come nel capitalismo moderno, da convenzioni sociali cristallizzate nelle leggi. Se un esercito straniero invade il mio Paese e mette fuori legge il denaro che sino ad allora era in circolazione, i miei pacchi di banconote, i miei depositi bancari, i miei titoli del debito pubblico, le mie cambiali denominate nella moneta messa fuori legge dall'invasore, da un giorno all'altro cessano di avere un valore e /o di esercitare una qualsiasi funzione. Diventano carta straccia, ed assumono come unico valore quello della carta straccia che potrei vendere ad una azienda di riciclaggio di cellulosa. Viceversa, il valore d'uso di un chilo di prosciutto non cambia, anche dopo l'invasione dell'esercito straniero, perché anche in quella condizione posso utilizzare il prosciutto per l'uso cui questo corrisponde, ovvero saziare la mia fame, e perché comunque il valore-lavoro insito nel chilo di prosciutto non cambia anche se il prezzo monetario che ne esprimeva fino a ieri il valore di scambio non ha più nessun significato, perché denominato in una moneta che non ha più corso legale, per cui posso sempre scambiare il mio prosciutto con un'altra merce, che abbia identico valore di lavoro sociale incorporato. Questa differenza dà la misura della particolarità della merce-denaro rispetto a qualsiasi altra merce.
Nel Capitale (inteso come l'opera di Marx) si segue con esattezza lo sviluppo storico della moneta, fino alla sua totale smaterializzazione, sotto forma di depositi bancari o postali e quindi di moneta bancaria generata dal fenomeno del credito bancario (naturalmente l'ulteriore smaterializzazione sotto forma di moneta elettronica non poteva essere prevista, perché ai tempi di Marx l'elettronica non era ancora stata inventata, ma poco importa, il fenomeno strutturale sottostante, ovvero la smaterializzazione della moneta, è stato esattamente previsto). Questa smaterializzazione della moneta, già in Marx, ci conferma quanto tale merce abbia un valore formale e convenzionale. Parlando del processo di generazione di moneta bancaria (ovvero di moneta generata dall'espansione del credito, tramite i noti meccanismi del moltiplicatore dei depositi) Marx dirà infatti che “la maggior parte di questo capitale monetario (quello generato dalle banche tramite il credito, nda) è puramente fittizio. Ad eccezione del fondo di riserva, tutti i depositi non sono altro che crediti sul banchiere, che però non si trovano mai in deposito...nel sistema creditizio...tutto si raddoppia e si triplica trasformandosi in pura chimera”.
Ora, la teoria marxiana della moneta e del credito bancario, come è stata esposta nel Capitale ma anche nella Critica dell'Economia Politica, ci fornisce la spiegazione più ovvia dei moventi strutturali dell'attuale recessione economica globale. Una spiegazione così semplice che può essere condensata in mezza pagina, facendo giustizia delle arzigogolate spiegazioni della crisi date dall'economia ufficiale, e del linguaggio da adepti con il quale si analizzano le tendenze dei mercati finanziari e borsistici. La finanziarizzazione dell'economia globale (che essenzialmente è un tentativo di invertire il declino del saggio di profitto, previsto anche questo da Marx) comporta una crescita della massa di moneta in circolazione nelle fasi di euforia, quando il valore delle attività finanziarie sui mercati cresce. Infatti, tali attività o sono anticipazioni del valore economico di attività produttive future, che si realizzeranno cioè, in forma monetaria, in una data futura precisa (come i futures sulle commodities), dando luogo anche al regolamento monetario fra le controparti del contratto “future”, oppure, come nel caso degli altri strumenti derivati, sono forme di copertura assicurativa da eventi imprevedibili (ad es. fluttuazioni dei tassi di cambio) che poi mutano, nei cosiddetti mercati “over the counter”, ovvero su mercati totalmente deregolamentati, in strumenti speculativi, il cui valore oscilla soltanto in ragione delle scommesse fatte da venditori ed acquirenti (che acquistano tali titoli non perché abbiano un valore d'uso, come per esempio acquisterebbero un chilo di prosciutto, ma soltanto nella speranza di rivenderli a qualcun altro ad un prezzo più alto, prima che tali titoli arrivino a scadenza). Oppure sono titoli rappresentativi di un debito, privato (cambiali o obbligazioni) o pubblico (titoli del debito pubblico, come in Italia i BOT, i BTP, i CCT, o negli USA i Treasury Bonds), ma tali titoli sono essi stessi moneta, perché possono essere girati, ad esempio per estinguere un'obbligazione, ed infatti vengono conteggiati, da parte della Banca centrale, nella misura totale della massa monetaria in circolazione, quella tecnicamente chiamata “M3”.
In ogni caso, in una fase di euforia dei mercati finanziari, quando i valori crescono, si genera moneta aggiuntiva, tramite l'espansione del credito bancario a supporto degli investimenti speculativi, o tramite l'emissione di titoli del debito che sono a tutti gli effetti moneta, perché ne esplicano le principali funzioni, o ancora, in alcuni casi, con la collaborazione delle banche centrali, che stampano moneta nazionale aggiuntiva per acquistare, a fini di riserva o speculativi, attività finanziarie, valute estere oppure oro. Questa moneta aggiuntiva serve per acquistare attività finanziarie i cui valori di scambio crescono in modo esponenziale, finendo per rappresentare un multiplo all'enesima potenza del valore reale dei beni fisici che stanno alla base di tali titoli e li garantiscono (siano essi commodities, come nel caso dei futures, oppure beni immobili, come nel caso dei derivati basati su una garanzia immobiliare). Oppure, questa moneta aggiuntiva serve per espandere in modo esponenziale il debito pubblico degli Stati che ne vendono quote crescenti ai detentori di tale moneta aggiuntiva.
Ad un certo punto, si diffonde fra gli operatori del mercato la sensazione evidente che i valori delle attività finanziarie siano troppo alti rispetto ai beni fisici sottostanti che in teoria ne rappresenterebbero la garanzia (e che essendo divenuti dei sottomultipli del valore delle attività finanziarie emesse a loro nome non garantiscono più nulla) e che i debiti privati e pubblici sottostanti la crescita dei titoli che li rappresentano siano diventati troppo elevati rispetto alla potenzialità del debitore di creare ricchezza sufficiente a ripagarli. Si genera quindi la paura di ritrovarsi fra le mani titoli che, quando arriveranno a scadenza, non varranno più niente, perché le garanzie reali o creditorie sottostanti sono insufficienti a fornire la certezza di rimborso, e si scatena l'ondata di vendite, che all'improvviso riporta i valori delle attività finanziarie verso il basso.
A quel punto il credito bancario si contrae, sia perché le banche, che detengono nei loro portafogli grandi quantità di titoli sottovalutati subiscono perdite patrimoniali, e per le regole internazionali stabilite dal regolamento di Basilea 2 (e che saranno rafforzate da Basilea 3) scatta per loro l'obbligo di ridurre la loro esposizione creditoria proporzionalmente alle perdite patrimoniali, sia perché l'enorme massa di moneta aggiuntiva creatasi durante la fase di euforia dei mercati è ora inutilizzabile, inservibile, poiché sui mercati finanziari, adesso, nessuno vuole più comprare, tutti vogliono solo vendere. Infine, i risparmiatori, spaventati dal crollo dei mercati finanziari, accorrono a frotte nelle loro banche per prelevare simultaneamente i loro risparmi, generando un tracollo del sistema dei pagamenti poiché, come già detto da Marx (e riportato poc'anzi) la moneta bancaria è “chimera”, e dunque l'espansione del credito non trova egual riscontro nell'ammontare dei depositi attualmente disponibili nelle casse delle banche. Pertanto, le stesse si trovano a fallire perché non riescono a restituire i depositi richiesti dalla clientela spaventata, oppure, quando non falliscono, perché interviene provvidenzialmente un prestito da parte della banca centrale, interrompono del tutto l'espansione del credito, onde evitare ulteriori crisi di liquidità.
Il blocco del credito genera una paralisi del processo di accumulazione di capitale, esattamente con i meccanismi descritti da Marx: impedisce il processo di trasformazione del capitale monetario in capitale produttivo, poiché, come ben ci spiega Marx, gli sfasamenti temporali nella fase di realizzazione sul mercato dei beni prodotti impediscono al capitalista di disporre immediatamente del capitale monetario necessario per riprodurre il capitale produttivo stesso, per cui la riproduzione e l'accumulazione dipendono in modo cruciale dal credito bancario, che anticipa il capitale monetario momentaneamente mancante. Inoltre, ed ancora qui ce lo spiega Marx, il blocco del credito influisce non solo sui capitalisti, ma anche sui consumatori. L'arresto del credito al consumo induce una caduta della domanda solvibile, quindi ad una eccedenza di capitale produttivo inutilizzato, che si manifesta inizialmente nei settori produttivi più sensibili al ciclo (edilizia, produzione di beni strumentali o di beni durevoli). La conseguente espansione della disoccupazione aggrava la caduta della domanda, che si generalizza in tutti i settori produttivi.
Il blocco dell'accumulazione genera il fallimento di imprese, che non riescono più a valorizzare il loro capitale, o che chiudono per crisi di liquidità indotte anche dal blocco del credito a breve termine (quello generalmente utilizzato per fare fronte ad esigenze di capitale circolante della gestione ordinaria e quotidiana dell'impresa) e si generano le spinte sia alla distruzione del capitale produttivo eccedente sia al rafforzamento della concentrazione oligopolistica sui mercati, che sono il normale modo con cui il capitalismo esce da una crisi di questo genere. Questi processi di ristrutturazione ovviamente provocano immani catastrofi sociali. Tutto previsto da Marx. C'è bisogno di una laurea per capire tutto questo? Evidentemente no. L'orsacchiotto marchigiano della mia oramai lontana gioventù è servito.

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