Nel maggio 1975, il Partito Socialista francese,
per uscire dalla crisi del sistema capitalistico con un'alternativa di modello che desse centralità ai problemi
del lavoro, approvava all'unanimità il socialismo dell'autogestione. Il punto
di partenza era arrivare al potere con un programma comune alle altre forze
della Sinistra, l'obiettivo dare centralità all'esperienza diffusa
dell'autogestione pianificandola e ponendola in stretta relazione con gli enti
locali, le regioni e il potere centrale;
per arrivare a trasformare profondamente le strutture dello Stato e il governo
dei processi del lavoro durante una legislatura.
Qualche mese dopo, il grande socialista francese
Gilles Martinet, scomparso qualche anno fa, in questo interessante articolo
spiegava ai socialisti italiani impegnati in un importante dibattito
sull'Alternativa socialista, le tesi del socialismo dell'autogestione portate
avanti dal Partito Socialista francese.
Oggi rileggerlo può essere utile a chi voglia costruire finalmente un'alternativa
di modello in questo Paese, perché vi è delineato un metodo generale per
realizzare delle politiche del lavoro più efficaci e più giuste, in quanto
pensate dal basso attraverso la partecipazione diretta dei lavoratori alla
gestione delle aziende e sostenute e pianificate dallo Stato.
Marco
Zanier
ESPERIENZE E PROSPETTIVE IN FRANCIA
di Gilles Martinet
Perché
la Francia è il paese in cui l'influenza delle idee dell'autogestione
socialista, o meglio, diciamo, del“socialismo autogestito”, è oggi più forte?
A questa domanda non si può che dare
una risposta complessa.
Innanzitutto,
occorre ricordare che al principio del secolo il sindacalismo francese è
sindacalismo di minoranza, ma rivoluzionario. Per i dirigenti e i militanti
della vecchia Confederazione generale del lavoro (CGT) l'obiettivo è l'officina
agli operai, la miniera ai minatori. Quei militanti sono operai altamente
specializzati e pensano che non si possa essere rivoluzionari senza conoscere a
fondo il proprio mestiere perché solo in questo caso è lecito sperare di
prendere il posto del padrone.
Lo
sviluppo della grande industria meccanica e, in seguito, la prima guerra
mondiale frantumano questo movimento. Qui come altrove, è l'organizzazione di
massa centralizzata che risponde alle esigenze di una classe operaia, la quale
risponde allo sfruttamento capitalista ma è turbata dal problema delle
competenze. Essa non si sente capace di gestire direttamente delle imprese
ormai divenute troppo vaste e complesse. Ed è appunto ai partiti con vocazione
operaia che la classe operaia darà la sua fiducia per poter tentare un giorno
di governare in nome proprio e nei propri interessi.
La
fiamma proudoniana, libertaria, svanisce ma la brace non è ancora del tutto
spenta. Il fuoco si riaccenderà un mezzo secolo dopo in una delle tre
organizzazioni sindacali francesi, la Confederazione francese democratica del
lavoro (CFDT).
E'
infatti la CFDT a parlare per la prima volta di autogestione nel 1968, anche se
è vero che questa formula era già stata utilizzata l'anno avanti da due delle
sue federazioni, quella della chimica e quella dei tessili.
La
ricomparsa del principio di autogestione nella CFDT non può essere separata
dalle origini cristiane di tale sindacato. Esiste oggi in Francia un movimento
socialista cristiano molto forte. Quello lo era assai meno, esso soffriva delle
inibizioni di fronte ai marxisti in
genere e ai comunisti (o ex comunisti) in particolare e si sforzava di parlare
il loro linguaggio. Ma nessuno si sente veramente a suo agio in un'identità
presa in prestito.
Così,
nel suo processo di espansione, il movimento socialista-cristiano ha sentito il
bisogno di definire una dottrina originale che non fosse necessariamente
cristiana, poiché il movimento andava spogliandosi del suo carattere
confessionale, ma che non si confondesse con quella delle organizzazioni
tradizionali, cioè la dottrina della socialdemocrazia e del comunismo.
Tuttavia,
gli elementi che ho qui ricordati (cioè la ricomparsa di una vecchia tradizione
sindacalista rivoluzionaria e l'evoluzione degli ambienti cristiani) non
sono elementi determinanti.
Niente
di importante sarebbe avvenuto se dal maggio del 1968 non fossero emerse
rivendicazioni e nuove forme di lotta. Queste rivendicazioni e queste lotte non
costituiscono un fenomeno puramente francese. Queste rivendicazioni e queste
lotte non costituiscono un fenomeno puramente francese. Le ritroviamo in tutta l'Europa industriale e direi che, su
questo piano, l'Italia è stata teatro di battaglie di ben altra ampiezza
rispetto a quelle combattute in Francia. Il “Joint francais”, LIP, Rateau, le
Nouvelles Galeries de Thionville, Manuest, eccetera, sono stati avvenimenti
spettacolari e, a mio avviso, molto significativi, ma non rappresentano che una
parte delle lotte di rivendicazione.
Comunque,
qui come altrove, la contestazione delle condizioni di lavoro, il rifiuto dei
vecchi metodi di direzione, di comando e di gestione, la volontà di controllo,
la gestione democratica delle lotte hanno mostrato la loro forza durante gli
ultimi sei o sette anni. E queste lotte costituiscono lo sfondo del quadro sul
quale si sono andate affermando le idee dell'autogestione.
A
tutto ciò occorre aggiungere un altro fenomeno, di cui si parla meno
volentieri, a che è l'evoluzione di una non trascurabile parte
dell'intellighenzia tecnica, la quale non accetta più la monarchia padronale.
Nel
maggio del 1968 la maggior parte delle imprese, in cui sono stati realmente
impostati i problemi di gestione, sono delle aziende che contano dal 25 al 50
per cento di quadri, di ingegneri, di ricercatori e di tecnici: industrie
elettroniche, uffici di studio, laboratori medici, eccetera.
Non
vi è dubbio che gli strati tecnici si trovano in una situazione ambigua. Essi
forniscono al capitalismo i suoi migliori manager e al socialismo
dell'autogestione una buona metà dei suoi teorici. Questa è la realtà di cui si
deve tener conto.