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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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martedì 3 settembre 2019

UNA RIFLESSIONE A 360° SULLA SCUOLA ITALIANA di Lucio Garofalo





UNA RIFLESSIONE A 360° SULLA SCUOLA ITALIANA
di Lucio Garofalo 



Sta per avviarsi il nuovo anno scolastico e vorrei riassumere, in una sorta di "saggio manualistico" più o meno schematico, quelli che, dal punto di vista di un insegnante che vive il mondo della scuola, costituiscono i problemi più seri che assillano ed inficiano pesantemente la vita e il funzionamento della scuola italiana. Molto probabilmente, nel più distorto e contorto immaginario collettivo, la scuola è percepita e giudicata tramite una serie di banali e diffusi clichè, ossia in base a facili e comodi luoghi comuni, per cui urge provare a confutarli con argomentazioni il più possibile valide, razionali e persuasive. 

Riforme e controriforme 

Sui media si vocifera e si ciancia spesso degli "annosi problemi" che opprimono la scuola italiana, ma le autorità politico-istituzionali deputate a risolverli non mi pare che si prodighino in alcun modo a rispondere in modo incisivo, corretto e tempestivo. A livello politico, ogni tentativo di soluzione non può essere efficace se non è giusto e tempestivo: le ingiustizie finiscono per sortire effetti assai peggiori delle cause. Per la serie "quando il rimedio è più nocivo del male". In politica il presunto decisionismo ed efficientismo hanno bisogno di essere ben calibrati grazie a criteri di effettiva equità di tipo sociale, altrimenti rischiano di provocare conseguenze deleterie ed arrecare danni difficilmente riparabili, che inevitabilmente si sommano ai guai e ai problemi preesistenti.
Negli ultimi 20/25 anni i numerosi ministri che si sono avvicendati a capo del dicastero della Pubblica Istruzione (poi si è deciso di derubricare l'aggettivo Pubblica), hanno provveduto solo a varare altrettante "riforme" per apporvi il proprio "sigillo" e lasciare un segno (infausto) nella storia. Insomma, la scuola è diventata una cavia istituzionale esposta ai continui e reiterati esperimenti di riforme, anzi di controriforme e "schiforme", applicate oltretutto male, se non addirittura peggio.

lunedì 15 luglio 2019

RIFLESSIONI A BRIGLIA SCIOLTA di Lucio Garofalo





RIFLESSIONI A BRIGLIA SCIOLTA
di Lucio Garofalo



Riconosco di essere una persona caratterialmente scettica e diffidente, persino malpensante. Ideologicamente sono un ateo marxista. Sono stato ripetutamente disilluso dalla vita, amareggiato da esperienze negative, tradito dal comportamento spregiudicato di numerosi pseudo compagni e dai falsi partiti politici di “sinistra”. 

 Francamente sono molto arrabbiato contro i falsi moralisti e i falsi compagni, i parolai e i “pifferai magici” della sinistra borghese, affetta dal morbo del “cretinismo parlamentare”. L’esperienza storica ha dimostrato che costoro aspirano solo ad adagiare il proprio deretano sopra un comodo ed ambito scranno all'interno delle istituzioni borghesi per ricavarne potere, gloria, ricchezza, privilegi e immunità personali, fregandosene delle sofferenze e dei bisogni della gente, delle istanze dei loro elettori. 

La mia posizione di critica netta e intransigente mi ha procurato problemi di solitudine politica, condannandomi ad una sorta di ostracismo e di esilio morale, di isolamento nel territorio dove abito. Ma tant'è. Credo di essere sufficientemente forte e vaccinato verso tale situazione, abbastanza immune rispetto alla violenza morale ed esistenziale esercitata dai conformismi di massa, compresi quelli imposti dalla “sinistra”, essendo abituato al ruolo, senza dubbio scomodo, di bastian contrario, di ribelle anticonformista e di “cane sciolto”, per cui la condizione di marginalità non mi turba affatto.

domenica 7 luglio 2019

CITTADINANZA NEGATA di Lucio Garofalo





CITTADINANZA NEGATA 
di Lucio Garofalo 



In Irpinia, come pure in altre aree interne del nostro Meridione, la negazione della "cittadinanza attiva" tanto decantata, ma solo a chiacchiere, la negazione dei diritti politici e civili alle classi subalterne ed il loro asservimento ai vari notabili locali, obbliga le giovani generazioni proletarie a mendicare elemosine e favori elargiti secondo prassi di stampo clientelare e paternalistico-feudale, retaggio ereditato dal passato, sia per ottenere un lavoretto miserabile, a tempo determinato, quindi precario e malpagato, sprovvisto di una qualsiasi tutela, sia persino per ricevere un normale e banale certificato, per cui i diritti sono svenduti in termini di volgari ed ipocrite concessioni in cambio di voti politici ipotecati a vita. 

Questa mentalità succube, da servi mentecatti, sintomo di sudditanza, non cittadinanza attiva, è un malcostume di origine semifeudale, una cultura fatalista tipica delle popolazioni meridionali, è un elemento intrinseco a quella "normalità" quotidiana che finisce per accettare come uno "stato di natura ineluttabile" simili pratiche, in base ad una presunta, quanto inesistente "legge di natura", che nella realtà storico-sociale non ha alcuna ragion d'essere. In effetti, le leggi naturali, ovvero fisiche, non sono applicabili alla dialettica storica, che è un mondo attraversato da conflitti, tendenze e controtendenze in costante divenire, da processi mutevoli, che si intrecciano in una relazione di interazione e reciprocità, per cui nulla è immutabile nelle vicende storico-politiche degli uomini, come già si evince dalle esperienze rivoluzionarie che hanno abolito i privilegi feudali e la servitù della gleba. Condizioni di vita che per secoli gli uomini hanno accettato in quanto "normali" ed "ineluttabili", mentre si sono dimostrate modificabili mediante l'azione politica collettiva. Oggi, anche in Irpinia, si registrano percentuali elevate e sconcertanti di "morti bianche", cifre che denunciano un vero e proprio stillicidio di cui nessuno osa parlare. 

In Alta Irpinia, i lavoratori sono endemicamente sudditi e ricattabili, in quanto asserviti ai vecchi notabili politici locali, dal momento che le assunzioni in fabbrica sono stabilite applicando le vecchie metodologie e le prassi clientelari e familistiche. 
I segni di ripresa dell'iniziativa proletaria appaiono deboli, parziali, assai slegati tra loro. Non vi sono, attualmente, partiti, soggettività ed associazioni politiche credibili ed in grado di favorire una accelerazione dei processi di presa di coscienza e di auto-organizzazione delle masse lavoratrici. 

Il proletariato (non solo in Irpinia) non ha ancora acquisito fiducia in sé stesso, non ha rinunciato alle vane illusioni e "favole" propinate dai mass-media "mainstream", o da quei partiti e da quelle istituzioni di classe (cretinismo parlamentare e simili) che operano al servizio del capitalismo.



La vignetta è del Maestro Mauro Biani





lunedì 10 giugno 2019

LA SCUOLA NON E' UN'AZIENDA di Lucio Garofalo





LA SCUOLA NON E' UN'AZIENDA 
di Lucio Garofalo


La scuola odierna, non solo in Italia, è da anni ridotta ad essere una scuola finta, ma per la semplice ragione che ne hanno voluto fare altro: una "azienduola", nella migliore (?) delle ipotesi. Vale a dire che hanno alienato, ovvero mercificato la funzione della scuola pubblica e ne hanno fatto una finzione caricaturale di azienda, una sorta di ibrido mostruoso tra l'azienda e la scuola (un'azienduola, per l'appunto). 
E si sa che in un'azienda (finta o vera che sia, poco importa) dominano le esigenze del mercato e che nel mondo del commercio i clienti (o gli utenti: nel nostro caso, i genitori e i figli) hanno sempre ragione. Soltanto così si spiega l'umiliazione crescente e la svalutazione della professione docente e l'annientamento del valore di una scuola autentica e seria, cioè autorevole e credibile. 
Una scuola che finge di valutare (ovverosia assegnare percentuali che poi si traducono in fasce di livello e voti), in cui vige la dittatura dell'Invalsi e di quella docimologia che si è tramutata in ideologia della valutazione, in un puro stile aziendalista (anzi, pseudo tale), comporta proprio tali conseguenze. Ma si tratta solo di una mera finzione, di una falsa ideologia ed estetica della valutazione, per finalità prettamente burocratico-formali. 

domenica 17 febbraio 2019

SUI GILETS JAUNES di Lucio Garofalo









SUI GILETS JAUNES
di Lucio Garofalo


"Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare". Mai come nel caso dei Gilet Gialli, un sommovimento politico-sociale inedito fino ad oggi, quell'adagio popolare è assai appropriato. 

Tre mesi di rivolte di massa durissime. Un gran numero di morti e di feriti. Per non parlare degli arresti da parte della polizia, che si contano a centinaia. 

Insomma, le forze dell'ordine hanno instaurato un clima di repressione brutale delle sommosse e rivendicazioni popolari avanzate in Francia. 
Ma il movimento non desiste affatto e resiste. Anzi, incalza e le le proteste si vanno intensificando. Le tensioni sociali sono sempre più elevate e pressanti. 

Sembra, tuttavia, che la partecipazione alle mobilitazioni dei Gilet Gialli, negli ultimi tempi, sia progressivamente calata a causa proprio della repressione durissima da parte della polizia transalpina. Per cui in piazza scendono soprattutto le soggettività più decise e più tenaci, meno disposte alla resa, anzi. 

Mi pare di poter dire, dunque, che restano in gioco i più duri e i più irriducibili. Com'è già capitato in simili circostanze storiche. La novità di tale movimento politico-sociale, consiste nella sua eterogeneità ideologica e nell'assenza di una direzione politica. 
Per alcuni, questo elemento costituirebbe un deficit, ovvero un limite ed una fragilità. Per altri, direi anche per il sottoscritto, potrebbe rappresentare l'occasione per creare un modello di esperienza totalmente inedito. 

Il movimento dei Gilet Gialli si è scisso anzitutto tra due fazioni, se non sbaglio: c'è chi vorrebbe convertirsi in un partito politico ufficiale, nelle modalità dei 5 Stelle, e c'è chi spinge in un'altra direzione, verso forme assembleari, all'insegna dell'autogestione politica di tipo orizzontale. 

Mi pare che questo sia il quadro riassuntivo in cui si possa sintetizzare e raccontare l'esperienza, assolutamente anomala ed originale, dei Gilet Gialli, almeno fino al momento in cui scrivo.



mercoledì 2 maggio 2018

SUL BULLISMO SCOLASTICO di Lucio Garofalo





SUL BULLISMO SCOLASTICO 
di Lucio Garofalo


Negli ultimi tempi, sono saliti alla ribalta della cronaca frequenti casi di bullismo scolastico e di teppismo adolescenziale: fenomeno inedito ed impensabile, almeno nelle dimensioni in cui oggi si va configurando. 
Ogni giorno si leggono notizie di docenti aggrediti e malmenati dagli studenti o dai genitori. Comportamenti sociali deprecabili e da vituperare, senza se e senza ma. Detto ciò, vorrei appuntare un paio di cose. 

In primo luogo, ogni adulto, in passato, è stato adolescente. Con tale termine intendo riferirmi non solo ad uno stadio esistenziale, ad una età evolutiva fondamentale nella crescita e nello sviluppo della personalità sotto ogni punto di vista: fisico, sessuale, ormonale, psicologico-emotivo, socio-affettivo ed intellettuale. È una fase assai delicata, fragile e difficile per ogni ragazzo o ragazza, che vive una vera e propria "tempesta ormonale". È un periodo attraversato da intensi turbamenti, da inquietudini, passioni e sofferenze, da sogni e desideri, da scoperte e conquiste, da illusioni e delusioni, da rabbia e ribellione, da gesti folli e trasgressioni. 
È l'età di transizione dall'infanzia alla maturità. Un'età di cambiamento, che gli psicologi definiscono (a ragione) come "età della disobbedienza", nella misura in cui è piuttosto normale, fisiologico, a quell'età, essere insofferente, ribellarsi, iniziare a contestare apertamente l'autorità degli adulti, incarnata dai genitori e professori. 
Chi non ha mai compiuto un gesto di rivolta e di rabbia, né provato il sentimento, profondo e turbolento, di agitazione o inquietudine interiore che pervade l'adolescenza, temo sia stato un adolescente a dir poco anomalo. 
Lungi da me l'intenzione di giustificare minimamente quell'adolescente più esagitato che insulta o aggredisce un docente. 

Nel contempo, noi insegnanti, per diventare sul serio credibili ed apprezzabili come categoria in procinto di mobilitarsi per promuovere ed intraprendere iniziative non corporative, poiché si tratta di una battaglia di civiltà e progresso, a salvaguardia della libertà di insegnamento e della dignità umana e professionale dei docenti e della loro stessa incolumità fisica, credo che dobbiamo biasimare e perseguire i colleghi e le colleghe che si rendano responsabili di azioni scellerate di violenze, corporali e psicologiche, in modo sistematico, reiterato e prolungato nel tempo, ma soprattutto vile ed ingiustificato, nei confronti dei discenti. E mi riferisco ai soggetti più timidi e indifesi, verso cui è facile "sfogare" le proprie frustrazioni, la propria crudeltà ed il proprio sadismo. 
Vi posso garantire che nelle scuole esistono (in una percentuale esigua, ma esistono) insegnanti con inclinazioni sadiche e perverse, proclivi ad infierire con accanimento e brutalità verso quegli alunni più vulnerabili, in quanto non sono in grado di difendersi, o sono privi del coraggio e della forza per denunciare i propri aguzzini. Purtroppo, possono verificarsi anche simili situazioni, assolutamente orribili e detestabili, che vanno esecrate in modo netto e perseguite con estrema fermezza, senza fare sconti a nessuno, senza indugi, né esitazioni.


martedì 2 gennaio 2018

I 59 ANNI DELLA RIVOLUZIONE CUBANA di Lucio Garofalo






I 59 ANNI DELLA RIVOLUZIONE CUBANA
di Lucio Garofalo



Dopo gli eccessi degli ultimi giorni, le feste non sono affatto terminate. Oggi, 2 gennaio 2018, si celebra il 59° anniversario della Rivoluzione di Cuba. 
Il giorno di Capodanno del 1959 cambiò radicalmente il corso della storia dell'America Latina, che fino a quel momento aveva vissuto soprattutto in uno stato di subalternità cronica agli Stati Uniti d'America, di povertà materiale e degrado delle classi popolari, disuguaglianze e sperequazioni sociali enormi, privilegi assurdi ad esclusivo vantaggio delle élites dominanti. 

Dopo oltre mezzo secolo di progresso civile e culturale, Cuba può vantare il primato della più bassa mortalità infantile di tutto il continente americano, inclusi Stati Uniti e Canada. In oltre mezzo secolo, la CIA ha posto in essere ogni strategia possibile per destabilizzare, frenare, compromettere o sabotare i progressi notevoli della Rivoluzione castrista: diversi tentativi per assassinare il leader Fidel, un lungo embargo economico-commerciale, una incessante e martellante campagna di disinformazione e di speculazione propagandistica, una subdola e feroce reazione imperialista ed eversiva sul fronte politico internazionale, senza sortire gli esiti desiderati. 

Considerando la macabra ed oscura storia del continente latino-americano, vista l'arretrata situazione della società cubana prima della Rivoluzione, non c'è dubbio che il regime castrista abbia vinto le secolari piaghe dell'analfabetismo e della povertà estrema che affliggevano ed infestavano la società cubana pre-rivoluzionaria. Cuba può vantare i migliori ospedali e le migliori scuole pubbliche di tutto il continente latino-americano. Sfido chiunque a smentire dati incontrovertibili, assai noti alla parte intellettualmente più onesta ed informata dell'opinione pubblica mondiale. Il governo di Fidel e del fratello Raul, ha sempre dimostrato una particolare attenzione ed efficacia verso le tutele di carattere sociale: il diritto alla casa, al lavoro, alla dignità, all'istruzione ed alla sanità pubbliche, rappresentano conquiste preziose garantite ai cittadini e sono un merito storico indiscutibile, da ascrivere alla Rivoluzione. 
Da questo punto di vista, la realtà sociale cubana fornisce un'esperienza storica all'avanguardia.



giovedì 13 luglio 2017

UOMINI O CAPORALI di Lucio Garofalo




UOMINI O CAPORALI
di Lucio Garofalo



Nella mia lunga carriera professionale mi sono imbattuto in prevalenza in due diverse tipologie di dirigenti scolastici. 

La prima categoria, forse la più diffusa nel mondo della scuola, è quella del preside dispotico, che tratta l’istituzione in un modo autocratico e verticistico, scambiando l’autonomia scolastica per una tirannide di tipo individuale e stimando i rapporti interpersonali in termini di supremazia e di subordinazione. Questa figura non predilige affatto le norme e le procedure di carattere democratico, bensì preferisce scavalcare gli organi collegiali ed assumere ogni decisione in maniera arbitraria e discrezionale senza consultarsi con nessuno. Inoltre, costui si pone sempre in modo protervo ed autoritario, esibisce un cipiglio severo per intimorire e mettere in soggezione gli altri. Ed abusa sovente dei propri poteri, perpetrando facilmente angherie o soprusi nei riguardi dei sottoposti, trattati alla stregua di sudditi privi di ogni diritto e tutela, con i quali si comporta in modo inclemente. 

giovedì 6 luglio 2017

I PRESIDI SCERIFFI di Lucio Garofalo


 
 
I PRESIDI SCERIFFI
di Lucio Garofalo
 
 
 
Le scuole, da quando sono gestite da sedicenti "presidi-manager", ovvero "presidi-sceriffi" o come si preferisce apostrofarli, che mirano ad esercitare un certo tipo di "politica", intesa nell'accezione più ignobile e deteriore del termine, ossia nel senso di un'operazione di squallido proselitismo clientelare ad esclusivo vantaggio di sé e di altri notabili politici locali, dicevo che le scuole non sono più ambienti sani ed integri moralmente, frequentabili dai discenti.
 Le scuole, infette dai "virus" dell'utilitarismo aziendalista/capitalista, dell'affarismo e del clientelismo, non sono più ambienti educativi e adatti agli obiettivi di apprendimento e di socializzazione, in cui si estrinseca il processo di formazione dell'uomo e del cittadino. Ormai sono diventate dei "progettifici scolastici", vale a dire mega-fabbriche di inutili progetti-fantasma, che vengono prodotti in quantità industriale, non certo per soddisfare le istanze sociali, culturali e formative degli allievi, bensì per appagare gli appetiti venali e la sete di potere dei dirigenti e dei loro cortigiani. 
Ebbene, le malcapitate scuole, divorate dalla metastasi dell'affarismo e dell'utilitarismo capitalista, sono ormai diventate dei carrozzoni politico-clientelari ed assistenziali che curano gli interessi esclusivi di ristrette cricche di servi, faccendieri e traffichini che corteggiano i capi d’istituto. I quali, spesso agiscono in maniera arrogante e dispotica, atteggiandosi quasi alla stregua di "satrapi locali". La legge 107 del 2015 ha istituzionalizzato tutto ciò, rendendo la vita più difficile agli insegnanti onesti e coscienziosi, intenzionati a svolgere il proprio dovere in aula.
 
 

mercoledì 8 marzo 2017

RIFLESSIONI "CORSARE" SULL'8 MARZO di Lucio Garofalo





 RIFLESSIONI "CORSARE" SULL'8 MARZO
di Lucio Garofalo

 


Giusto per la cronaca, la rivoluzione russa ebbe inizio l’8 marzo del 1917 con una mobilitazione femminile di massa. In Russia, arretrata anche dal punto di vista del calendario, la "Giornata Internazionale della donna" coincideva con il 23 febbraio. Le tessitrici di Torshilovo e le dipendenti del deposito dei tram dell’isola Vassilievsky sfilarono sulla Prospettiva Nevsky per manifestare contro la guerra, la miseria e la fame del popolo russo. Nel giro di pochi mesi la situazione sociale precipitò drammaticamente e, nell'Ottobre dello stesso anno, le crescenti e quotidiane proteste di piazza che mobilitarono le masse del proletariato russo, furono il fattore determinante che portò al rovesciamento del regime zarista ed all'instaurazione dei Soviet. 
Il partito bolscevico di Lenin seppe approfittare di questo ribaltamento della situazione politica in Russia. Tale premessa mi serve ad introdurre un ragionamento sul significato dell'8 marzo. Non rappresenta una novita straordinaria che l'8 marzo sia diventata una ricorrenza vuota, banale e stantia, utile solo ai fiorai. Oltretutto, la maggior parte delle donne nei paesi occidentali credo che abbiano assai poco da rivendicare. 

Oggi, nel 2017, al di là dell'origine classista e non di genere di questa "festività", temo che andrebbe risolto soprattutto qualche problema di convivenza domestica con alcuni maschi. Ciò non mi impedisce di rievocare come, dove e perché sia sorta la "Giornata Internazionale della donna": all'interno delle lotte, delle azioni e delle rivendicazioni avanzate dal movimento operaio che faceva capo alla II Internazionale, per iniziativa di due donne coraggiose, tenaci e davvero rivoluzionarie: la russa Clara Zetkin e la polacco-tedesca Rosa Luxemburg. 

Non penso che oggi abbia molto senso celebrare tale festa, che ha assunto un volto consumistico, ipocrita e piccolo-borghese, com'è accaduto per tutte le date e le ricorrenze segnate sul calendario, che scandiscono la nostra esistenza, essendo state svuotate del loro valore storico originario. 
A me pare che attorno all'8 marzo si sollevi ogni anno una nube di polvere e di ipocrisia, nel senso che molte donne si apprestano a ricevere gli auguri e le mimose dai loro compagni e mariti, che per il resto dell'anno le offendono e le maltrattano. Tali donne "frustrate" dovrebbero riscoprire il significato più autentico e giusto della "Giornata Internazionale della donna", non a caso istituita come un momento di mobilitazione ed impegno politico a favore del suffragio universale ed altri diritti negati alle donne, in modo particolare alle donne appartenenti alle classi subalterne. 

Oggi, direi anche nel "mondo occidentale", temo che molte donne abbiano bisogno di rivedere i loro rapporti domestici e quotidiani con l'altro sesso, visto e considerato che, in termini statistici, le violenze contro le donne si consumano in gran parte proprio nel contesto più intimo e familiare delle pareti domestiche. Si tratta di un discorso che coinvolge evidentemente anche il ruolo e la componente maschile, che oggi attraversa un momento di profondo affanno e smarrimento a livello socio-esistenziale, culturale e materiale.






La vignetta è del Maestro Mauro Biani 

 

lunedì 21 novembre 2016

ACCOZAGLIE POLITICHE di Lucio Garofalo






ACCOZAGLIE POLITICHE
di Lucio Garofalo



Il fronte del No rappresenta una sorta di Armata Brancaleone che comprende soggetti di dubbio valore etico ed assai poco credibili in materia di Costituzione, in quanto l'hanno violata più volte: senza scomodare nessuno, rammento l'art. 11, in base al quale l'Italia ripudia la guerra, ma vari governi di centro-destra (con Silvio Berlusconi premier) e di centro-sinistra (Massimo D'Alema nel 1998) hanno calpestato la Costituzione per partecipare a spedizioni militari in Iraq o altrove e per concedere le basi italiane ai bombardieri statunitensi che massacrarono la Serbia. Senza parlare dei diritti e della dignità dei lavoratori, a dir poco umiliati da leggi (Pacchetto Treu varato dal governo Prodi, Legge 30, meglio nota come legge Biagi, promulgata dal governo Berlusconi) che hanno precarizzato il mondo del lavoro ed hanno compresso e svalorizzato duramente la vita del proletariato giovanile in Italia. Giusto per intenderci. 

Il fronte del No accomuna alcuni esemplari delle peggiori politiche del passato. Ma, dall'altra parte, nel fronte del Sì si affollano gli esponenti peggiori delle politiche attuali, che hanno macellato e mortificato ulteriormente i diritti dei lavoratori (Jobs Act, Buona Scuola) e la Costituzione. Insomma, è una "gara" tra chi è peggio. 
Ovviamente, io mi schiero per il "No" a prescindere da chi componga la coalizione (o l'accozzaglia, come dir si voglia) che si è creata a sostegno del No alla "schiforma" renziana. 
Mi esprimo per il No in virtù di motivi etico-politici, di merito e di metodologia politica, per ragioni di tattica contingente e di strategia politica. Ma aggiungo che la Costituzione non è un dogma e che lo Stato borghese non mi rappresenta nella misura in cui non mi riconosco affatto nelle sue marce e putride istituzioni e nella sua ipocrita e corrotta democrazia che privilegia e tutela solo gli interessi delle élites economiche dominanti a netto sfavore delle classi popolari subalterne. 
In ogni caso, ritengo che nell'attuale momento storico-politico contingente occorra schierarsi apertamente a sostegno delle ragioni del "No".


domenica 13 novembre 2016

STURMTRUMP RINGRAZIA OBAMA di Lucio Garofalo







STURMTRUMP RINGRAZIA OBAMA
di Lucio Garofalo



Provo a mettere un po' d'ordine tra le varie interpretazioni e le valutazioni più disparate che ho letto in questi giorni sulla vittoria di Trump (imprevista solo per i media "mainstream") alle elezioni presidenziali USA. 

A parte la scarsa credibilità etica e politica di una candidata sostenuta apertamente dall'establishment imperialista e guerrafondaio come Killary Clinton, questa ha perso soprattutto (a mio modesto avviso) a causa del clamoroso fallimento delle politiche sociali ed economiche perseguite dall'amministrazione Obama, la cui elezione suscitò enormi speranze tra gli strati sociali meno abbienti e maggiormente in difficoltà in seguito alla crisi economica. 
Invece, negli anni di amministrazione Obama le fasce della popolazione sprofondate al di sotto della soglia di povertà si sono addirittura estese, coinvolgendo quelli che un tempo erano considerati i ceti intermedi benestanti. 

Non a caso, ritengo che il voto più determinante per il successo presidenziale di SturmTrump sia probabilmente venuto dai ceti operai e piccolo-borghesi impoveriti dalla recessione e dalle politiche fallimentari dell'amministrazione Obama. A "decidere" le sorti degli USA e del mondo, "optando" per il fascio-populismo (il razzismo xenofobo, il sessismo, la misoginia e quant'altro Trump incarna agli occhi dei "radical-chic" scandalizzati) sono stati pezzi di proletariato e piccola borghesia statunitensi, che hanno visto deluse le speranze riposte in Barack Obama all'indomani della sua elezione nel 2008. 

Intendo dire che quanti negli USA stanno scendendo in piazza per manifestare la propria rabbia ed indignazione al grido di "Trump non è il mio presidente", dov'erano prima? Perché non si sono mobilitati contro le politiche interne (ed internazionali) intraprese dall'amministrazione Obama? 
 È vero che abbiamo assistito al sorgere del movimento degli Indignati contro Wall Street ed i responsabili della crisi. Ma tale movimento si è spento assai presto, non si è radicato in modo capillare tra le classi operaie e lavoratrici statunitensi per dare vita ad un'opinione pubblica progressista di sinistra, radicalmente alternativa o antagonista rispetto al sistema (establishment) dominante. Si è "consolato" con l'appoggio al candidato più schierato a sinistra, ovvero Bernie Sanders, con l'esito politico-elettorale a cui oggi abbiamo assistito.





lunedì 10 ottobre 2016

RE-NZI-FERENDUM di Lucio Garofalo





RE-NZI-FERENDUM
di Lucio Garofalo



Si approssima la data fissata per il referendum costituzionale ed il "premier" Renzi spara le sue ultime cartucce (a salve). Dopo le politiche di macelleria sociale, Jobs Act e Buona Scuola in primis, la ratifica a colpi di fiducia delle peggiori controriforme degli ultimi anni, ecco le briciole per incantare ed ingannare giovani, lavoratori e pensionati. 
Prima la miserabile uscita sui 500 milioni da destinare ai poveri, ma nel contempo elargiva miliardi per salvare le banche. Quindi, i vari annunci, menzogne e bluff in funzione del SI al referendum. Il famoso bonus ai giovani da spendere nei musei, i 500 € per gli operai che sono in Cassa Integrazione ed un intervento contro la povertà. Infine, la 14° per le pensioni minime ed il taglio dei contributi sulle partite Iva. 

Ma la farsa renziana non si è ancora conclusa. Ci troviamo di fronte alla più classica operazione di mistificazione politica. Fumo negli occhi dei pensionati, dei lavoratori e dei giovani. Ma il "bello" si vedrà (temo) dopo il referendum. 

Se dovesse vincere il SI, la politica antioperaia, antidemocratica ed antipopolare di questo governo asservito al capitale finanziario e bancario, verrà considerevolmente rafforzata, resa addirittura più aggressiva ed imperativa di quanto finora non lo sia stata. Gli interessi e le ragioni di quel "mega-comitato di affari" della borghesia, predomineranno sistematicamente. Lo stato borghese diverrà ancora più autoritario e corrotto. 
Si inasprirà lo sfruttamento a scapito dei lavoratori, saranno aboliti i diritti, ad iniziare da quello di sciopero. Saranno definitivamente liquidati i servizi sociali e le pensioni pubbliche. La repressione poliziesca delle proteste operaie e sindacali diventerà più brutale e sistematica. E si estenderà la militarizzazione sociale, con il rischio di essere trascinati in guerre di rapina a beneficio esclusivo del decadente, caricaturale imperialismo italiota, che procede a rimorchio di altri imperialismi vincenti. 

Per tali ragioni, il tema del referendum non si può confinare, né circoscrivere nell'ambito di dispute di carattere meramente giuridico ed accademico, ma deve assumere il valore di una battaglia politica e di una questione di classe. Per vincere una simile battaglia occorre denunciare e demistificare la propaganda renziana, che, si nutre di promesse vacue e di miserabili elemosine con cui comprare i voti della povera gente, nella più classica e squallida tradizione democristiana. 
La politica di Renzi è il liberismo autoritario, paternalistico e compassionevole, che tramuta i lavoratori ed i cittadini in mendicanti: se il primo articolo della nostra Costituzione sancisce che "l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro", quando si mercanteggia il voto in cambio di un’elemosina si abbatte assieme alla dignità dei lavoratori anche l’art. 1. 

Per cui chiunque è in grado di comprendere che non è in gioco solo la seconda parte della carta costituzionale, ma anche la prima parte, che il regime borghese (prima democristiano, poi berlusconiano ed ora renziano) ha fatto marcire sulla carta per lunghi decenni. La propaganda ideologica renziana è demagogica, antidemocratica e reazionaria. Pur tuttavia, malgrado le elemosine e le menzogne, le ingerenze di origine straniera, un quesito a dir poco truffaldino sulla scheda referendaria, la controriforma costituzionale non passerà, ma verrà bocciata da un voto di protesta popolare.




La vignetta è del Maestro Enzo Apicella







 

lunedì 12 settembre 2016

DIARIO DI UN MAESTRO di Lucio Garofalo




DIARIO DI UN MAESTRO
di Lucio Garofalo




All'inizio di ogni anno scolastico, si rinnova l'abitudine (quasi fosse un rito propiziatorio) di rivedere, con sommo diletto personale, lo sceneggiato televisivo "Diario di un maestro", prodotto nel 1972 da Mamma Rai, che all'epoca assolveva ad un'importante funzione pedagogico-culturale.
Trasmesso in TV l'anno seguente, lo sceneggiato era stato girato dal regista Vittorio De Seta ed interpretato dal compianto Bruno Cirino (fratello maggiore di Paolo Cirino Pomicino, il politico democristiano, noto esponente della corrente andreottiana), un attore versatile e politicamente impegnato, che ha lavorato anche con il teatro di Eduardo De Filippo. Nello sceneggiato TV indossa i panni di un giovane maestro che si trova ad affrontare un'esperienza didattica, umana ed esistenziale a contatto con i ragazzi e gli abitanti di una delle vecchie borgate romane di Pietralata, Tiburtino 3° e La Torraccia. Lo sceneggiato TV è liberamente tratto dal romanzo scritto da Albino Bernardini, "Un anno a Pietralata", che narra una vicenda autobiografica, realmente accaduta.

Al centro del racconto si staglia la contraddizione tra una scuola conservatrice, obsoleta, retrograda, gestita da ottusi ed antiquati burocrati ed una scuola viva, più aderente alla vita ed all'ambiente sociale dei ragazzi. Per tale motivo ritengo che il documentario, per quanto "datato", sia attuale più che mai. Assai istruttiva ed illuminante è la scena finale in cui emergono apertamente le divergenze, che sfociano in scontro frontale, tra le idee e le proposte innovative messe in campo dal maestro e le posizioni assai rigide e retrive del direttore didattico, che non riesce a cogliere, riconoscere ed apprezzare il valore, le competenze e le ragioni del maestro. In questa sequenza cruciale dello sceneggiato si evidenzia con nettezza l'atteggiamento ottuso e reazionario tipico del burocrate.

Insomma, "Diario di un maestro" è un'opera di alto contenuto pedagogico e politico, che induce a rimpiangere la TV monocolore governata dalla DC di quegli anni. Una Rai che, tutto sommato, sapeva produrre cultura ed educazione, mandando in onda questo tipo di sceneggiati e programmi televisivi, all'avanguardia per quei tempi. Questo rimpianto è l'indice più sintomatico di come oggi si siano ridotte la TV "pubblica" ed in generale la cultura di questo Paese, dopo un rovinoso ventennio berlusconiano e quanto ne è conseguito.

Ricordo ancora con enorme piacere il bellissimo "Pinocchio" di Luigi Comencini (grandissimo regista) con un cast nutrito di attori a dir poco magistrali: da Nino Manfredi, nei panni di Babbo Geppetto, a Gina Lollobrigida (la Fata Turchina), da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, interpreti del Gatto e la Volpe, fino ad una breve, ma significativa apparizione del Maestro Vittorio De Sica, e tanti altri ancora. Né bisogna sottovalutare o dimenticare alcuni sceneggiati che la Rai ha prodotto ispirandosi a celebri romanzi del genere "esotico" o "avventuroso", di autori straordinari quali, ad esempio, Emilio Salgari: su tutti cito lo sceneggiato "Sandokan", un vero cult.

Sempre a proposito di TV di altri tempi, ricordo che qualche tempo fa, su Rai 3, hanno mandato in onda la replica di una puntata di "Blitz", un programma TV cosiddetto "alternativo" condotto da Gianni Minà durante la prima metà degli anni '80. Il tema centrale della trasmissione era la nuova cultura partenopea (arte, cinema, musica, teatro, e via discorrendo) di quegli anni. Non a caso, quasi tutti gli illustri ospiti della puntata, tranne Roberto Benigni, erano di origine napoletana: Massimo Troisi, Lello Arena, Lina Sastri, James Senese e Napoli Centrale, ed altri artisti della "nuova Napoli".

Oggi si avverte una sincera e profonda nostalgia verso quel tipo di programmi televisivi cosiddetti "alternativi", che riuscivano a coniugare, con garbo e sapienza, l'intelligenza raffinata e la leggerezza, la cultura e l'intrattenimento, l'impegno e l'ironia, senza scadere nella pedanteria noiosa o nell'esercizio sterile di una falsa ed accademica erudizione.
Si avverte un'amara e profonda nostalgia per un periodo creativo, entusiasmante e stimolante, in quanto la TV odierna dispensa solo lordume e spazzatura, mediocrità e stupidità. Come, d'altronde, è una tendenza che attraversa ed investe l'intera società italiana.

Post Scriptum. "Diario di un maestro" è ormai un classico. Come tutti i classici, ha ancora tanto da comunicarci, è un "evergren". Benché un po' "datato", lo sceneggiato TV è sempre vivo ed attuale. Non a caso, rientra tra i cento capolavori del cinema italiano da conservare e salvare.






giovedì 25 agosto 2016

LA TERRA TREMA ANCORA IN ITALIA, MA NON ABBIAMO IMPARATO NESSUNA LEZIONE di Lucio Garofalo








LA TERRA TREMA ANCORA IN ITALIA, MA NON ABBIAMO IMPARATO NESSUNA LEZIONE 
di Lucio Garofalo




Un sisma di magnitudo 6.0, pari a quello che nel 2009 devastò la città dell'Aquila, ha colpito un'area assai vasta compresa tra Lazio, Marche ed Umbria, provocando danni ingenti alle abitazioni e, purtroppo, alle persone. 

Sembra che in particolare un intero paese, Amatrice, sia stato raso al suolo e si scava sotto le macerie per recuperare le vittime e salvare i superstiti. Questa ennesima calamità "naturale" conferma, casomai ce ne fosse ancora bisogno, che il territorio appenninico dell'Italia centro-meridionale denota un elevatissimo rischio di sismicità, pari ai livelli del Giappone, giusto per intenderci. La frequenza e la pericolosità dei fenomeni tellurici che si verificano, forniscono la prova più tangibile ed inequivocabile. Per cui occorre un grado di preparazione tecnologica, di educazione preventiva civile (a cominciare dalle istituzioni scolastiche), di politica seria in chiave antisismica, che evidentemente non è stato ancora raggiunto nel nostro Paese, malgrado le disastrose esperienze del passato. 

Sarebbe l'ora di attrezzarsi in modo adeguato, come avviene da tempo in Giappone. In Italia non si è appreso nessun insegnamento dalla storia. Ora è il momento del dolore, della rabbia, della solidarietà morale e materiale, ma dovrà pur venire il momento dell'assunzione di responsabilità e di scelte politiche serie



24 Agosto 2014 


 

venerdì 19 agosto 2016

YANKEE GO HOME! di Lucio Garofalo








YANKEE GO HOME!
di Lucio Garofalo




L'ideologia che ispira la politica del renzismo, che definire "vandalico" sarebbe un eufemismo, è riconducibile ad una propensione ad assecondare i "poteri forti" (in primis, la Confindustria), ma anche gli umori e gli istinti più irrazionali e viscerali delle fasce sociali più retrograde, qualunquiste e rozze della popolazione italiota. Le spinte retrive si possono riassumere in una volontà di azzerare o neutralizzare quelli che sono gli effetti ancora vivi, in termini di progresso e di emancipazione civile e culturale, generati dalle battaglie sociali e dai movimenti politico-sindacali sorti dal biennio 1968/69. 

Credo che gioverebbe ricordare la provenienza anglosassone di determinate teorie oggi in voga, che in Italia vengono accolte sempre con ritardo, quando magari altrove, nei luoghi di origine, sono già in crisi o sono state messe in discussione. Mi viene in mente, ad esempio, lo psicologo americano Benjamin Samuel Bloom, che propose la costruzione di classificazioni gerarchiche degli obiettivi educativi, chiamate "tassonomie". I criteri da adottare per costruire tali classificazioni devono essere didattici, logici, psicologici, oggettivi e, soprattutto, articolati secondo una complessità crescente. La tassonomia di Bloom considera tre sfere: cognitiva, affettiva, psicomotoria. Quella cognitiva è articolata in sei categorie fondamentali, analizzate a loro volta in sequenze di complessità crescente:

lunedì 15 agosto 2016

RIFLESSIONI DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE di Lucio Garofalo









RIFLESSIONI DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE
di Lucio Garofalo





Da sempre sono convinto che le droghe e le discoteche forniscano una sorta di arma subdola e solo apparentemente incruenta, che è abilmente impiegata per alienare, rincitrullire e controllare le giovani generazioni, vale a dire per sedare il dissenso e soffocare la rabbia giovanile, senza far ricorso alle forze dell'ordine, alla repressione carceraria, all'azione coercitiva di quelle istituzioni che per natura e vocazione sono deputate proprio a funzioni di ordine pubblico: cito in primis la polizia. 

Sia ben chiaro, a scanso di equivoci, che non è una mia intenzione colpevolizzare le discoteche, e tantomeno chi le frequenta. Non mi ritengo affatto un moralista. Personamente, mi professo un comunista libertario e mi dichiaro a favore della libertà e della possibilità di divertirsi e di svagarsi in un modo, se possibile, sano, corretto ed intelligente. Ma sarei persino incline a concedere "sballi" e trasgressioni entro quei limiti dettati dal buon senso, ma soprattutto da misure o interventi socio-educativi e preventivi sotto il profilo sanitario. Sono propenso a depenalizzare il consumo delle sostanze stupefacenti (non solo quelle leggere, ma anche pesanti) per favorire provvedimenti volti a regolamentare e razionalizzare le vendite, anzitutto per contrastare ed abolire il cosiddetto "mercato nero" e sottrarre in tal modo una notevole fonte (illecita) di reddito e di potere alle narcomafie. E via discorrendo. Giusto per offrire un assaggio delle mie convinzioni e delle mie proposte in materia. 

venerdì 12 agosto 2016

PIU' PIL PER TUTTI di Lucio Garofalo






PIU' PIL PER TUTTI 
di Lucio Garofalo   




Che cos'è il PIL? Il Prodotto Interno Lordo indica un dato statistico assolutamente falsato, nel senso che è distorto e manipolato ad arte dai vari "istituti di ricerca" (che non sono affatto indipendenti, checché se ne dica altrimenti), ad uso e consumo delle élites eurocratiche dell'alta finanza: la Trojka, la Commissione Europea, la BCE, il FMI. 
La stima del PIL è un esercizio che giova soprattutto alle oligarchie capitaliste che hanno l'interesse a massimizzare costantemente i loro profitti. 

Infatti, il prodotto interno lordo non è mai distribuito in modo equo tra le classi sociali di una nazione. Un Paese come la Cina, che vanta il più alto PIL del mondo, possiede oltre un miliardo di poveri. In Spagna il PIL è ritornato in una percentuale positiva, ma in realtà sono cresciute le cifre che segnalano il livello della miseria e della disoccupazione ad esclusivo discapito delle fasce sociali più indifese. In Italia, da anni gli indici ed i calcoli relativi al PIL nazionale sono in una fase recessiva, eppure gli utili del grande capitale (cioè quello che comanda sul serio nell'economia internazionale, ovvero i circoli dell'alta finanza, le principali banche d'affari, i grandi gruppi multinazionali) sono schizzati a livelli record e ai massimi storici. 
Come mai? Non occorre essere esperti in materia di economia per capire che i conti non quadrano. È evidente che interviene qualcosa (o qualcuno, dall'alto) che non fa quadrare bene i conti. 
Nel senso che le statistiche economiche vengono costantemente manipolate ad arte a palese vantaggio di chi ci guadagna, cioè a profitto di alcune minoranze politicamente egemoni e dominanti, le oligarchie finanziarie che detengono il controllo dei settori nevralgici del potere: economia, politica, mass-media "mainstream", banche centrali, atenei universitari, accademie scientifiche più prestigiose, ivi compresi gli istituti di ricerca che si occupano di diffondere i dati ufficiali relativi al PIL. 

Inoltre, la democrazia formale (delle istituzioni liberali-rappresentative borghesi) non è un elemento in grado di arginare la violenza dei mercati azionari. La memoria collettiva della gente, si sa, ha un raggio di azione estremamente corto e scarsamente duraturo. All'indomani del fragoroso crack finanziario del 2008 si levò un coro unanime di voci "indignate" ai vertici delle principali istituzioni politiche internazionali (in primis cito il presidente degli Stati Uniti) per reclamare interventi volti a regolamentare e "moralizzare" i meccanismi della finanza globale, percepita come "rea e perversa" e additata quale capro espiatorio del dissesto economico di intere nazioni. Si invocarono misure tese ad arginare il cinismo e la sfrenatezza dei mercati speculativi, introducendo imposte fiscali sulle rendite azionarie e le transazioni finanziarie, per impedire che le attività speculative continuassero ad attrarre plusvalore sottraendolo all’economia reale e produttiva. 
Da allora sono trascorsi ben otto anni, ma nessuna proposta politica degna di tal nome è stata adottata in tal senso. Né poteva essere altrimenti, considerando le interferenze che le élites finanziarie sovranazionali sono in grado di esercitare nei confronti delle autorità politiche, ricorrendo a qualsiasi mezzo, ad espedienti spregiudicati e criminali, per limitare e condizionare la sovranità o l’autonomia decisionale di enti ed organismi eletti democraticamente. 

 Pertanto, cianciare ancora di “democrazia” quando tale istituzione di governo è destituita di ogni principio e fondamento, non ha più senso. Forse acquisterebbe un valore concreto solo se si riuscisse a rilanciare o rinvigorire il funzionamento della democrazia a partire dal basso, allestendo canali e strumenti di controllo e di partecipazione diretta delle masse popolari ai processi politici decisionali. Insomma, rivoluzionando radicalmente l’attuale assetto socio-politico-economico internazionale. Se la recessione economica degli ultimi anni "vanta" un merito, esso consiste probabilmente nell’aver messo a nudo tutte le insanabili contraddizioni insite nell'ingranaggio capitalistico, rivelando la sua irriducibile ed essenziale indole autoritaria. Una matrice che è assolutamente incompatibile con i valori della sovranità democratica e popolare e qualsiasi forma di legalità costituzionale e di civiltà giuridica.


lunedì 8 agosto 2016

E LA CHIAMANO MERITOCRAZIA... di Lucio Garofalo







E LA CHIAMANO MERITOCRAZIA...
di Lucio Garofalo



Con l'alibi della "meritocrazia" in salsa renziana, in Italia, e persino nel mondo della scuola (rimasto a lungo una sorta di "oasi felice"), stanno sdoganando ed istituzionalizzando definitivamente il clientelismo, la corruzione e la mafia. Si pensi solo ad un tizio come Schettino che un paio di anni fa ebbe l'onore di svolgere alla Sapienza addirittura un "master" sul tema (udite udite!): "come gestire il panico". Pare una barzelletta, invece non lo è. 
Una lezione in un ateneo così prestigioso, tenuta da un soggetto simile sulla gestione del panico, a me suona come un ossimoro, una contraddizione terminologica. Probabilmente, tale caso indica la sintesi più emblematica, il paradigma perfetto, quanto parossistico, di un Paese assai scombinato, che si muove alla rovescia. 
Un Paese deformato da paradossi di carattere politico, storture economiche ed antinomie sociali e culturali. 
Un Paese assai irrazionale e controverso, in cui i codardi e i banditi salgono in cattedra per impartire lezioni, i mediocri, gli inetti e gli ottusi governano le istituzioni statali, i mafiosi e i corruttori legiferano in materia di mafia e corruzione, gli evasori fiscali fanno la morale a chi paga le tasse, i farisei predicano male e razzolano persino peggio. 
Tutto ciò risulta inconcepibile o inammissibile ad un intelletto appena sano e ragionevole, o ad una persona intellettualmente onesta, diversamente da chi è in perfetta malafede o mentalmente distorto. Eppure, vicende così assurde e bizzarre (trattasi di eufemismi) sono diventate la "normalità" nell'Italia "renzusconiana". I lacchè e i "benpensanti", i cani da guardia fautori delle tecnocrazie e delle oligarchie capitalistico-finanziarie al potere, chiamano (cinicamente) "meritocrazia" simili aberrazioni. In tal modo, oltre al danno ci tocca sopportare la classica beffa. Possono farlo liberamente, in quanto detengono quel ruolo ideologico delicato che Gramsci definì "egemonia", che consente di spararle clamorosamente grosse e rimanere impuniti.



giovedì 4 agosto 2016

RECENSIONE DI "LETTERA A UN GIUDICE" di Lucio Garofalo







RECENSIONE DI "LETTERA A UN GIUDICE"
di Lucio Garofalo


 
Ho letto il libro di un autore irpino, intitolato "Lettera a un Giudice"
È un romanzo scritto in forma epistolare che racconta l'amara vicenda, non autobiografica, di un "secchione" (inteso in un'accezione simpatica e goliardica) che, non essendo raccomandato, fallisce la prova di un concorso per dirigenti pubblici, per cui decide di rivolgersi ad un magistrato per offrire libero sfogo al suo sdegno contro la corruzione ed il malcostume della società. 

La trama narrativa è ambientata in un paese immaginario (neanche troppo) denominato Repubblica dei Pomodori. L'idioma nazionale è il pomodorese, i gendarmi sono pomodoresi, tutto è pomodorese. Certo, l'autore non sembra essersi arrovellato troppo con l'immaginazione per inventare altri nomi di fantasia. 
Non mi pare tanto originale nemmeno l'idea ispiratrice che ha stimolato la narrazione di questo novello, aspirante Sciascia irpino. La passione per lo scrittore siciliano si arguisce facilmente dai frequenti richiami alle opere e ai personaggi sciasciani: Candido, A ciascuno il suo, Il giorno della civetta ed altre citazioni contenute nel romanzo. 

Ma il tratto che risulta meno originale, quasi conformista e addirittura banale, risiede in uno spunto ideologico di tipo moralistico o (come si direbbe oggi nel lessico corrente) di stampo giustizialista. 
Questa mia valutazione critica non vuol sembrare affatto una stroncatura nei confronti della prima fatica letteraria di questo autore mio conterraneo. Il quale è un intellettuale assai esperto in lettere classiche, un umanista ed un critico letterario, per cui non potrei mai competere con l'autorità e l'erudizione di tale studioso. 

Non possiedo la competenza, la perizia necessaria ad esprimere un giudizio pertinente sul piano squisitamente tecnico-letterario. Mi limito ad osservare che il registro stilistico del romanzo, per quanto lieve e scorrevole, nient'affatto stucchevole, volgare o dozzinale (ed è già tanto di questi tempi) non risponde al mio personalissimo gusto estetico. Trattasi, dunque, di un giudizio assai soggettivo e relativo. 
Il romanzo si legge tutto d'un fiato, è leggero e mai tedioso, ma non sono riuscito ad intravedere il fuoco che infiamma il vero genio artistico, l'inquietudine interiore, il pathos che assale lo "spirito guerriero" dello scrittore e del poeta. Per me la letteratura e l'arte non sono uno "specchio" che riflette il mondo reale, bensì una sorta di "martello" che picchia sull'incudine con furia, fatica e sofferenza per plasmare e per modificare lo stato di cose esistente. Scrivere, dipingere, scolpire, suonare, danzare, recitare, esigono un ardore militante, una tensione civile, una pulsione rivoluzionaria. È una battaglia in cui l'artista si cimenta in modo indiretto, senza avere tessere di partito. Ciò accende ed esalta il valore più autentico dell'arte, che altrimenti non sarebbe in grado di esternare assolutamente nulla. 
Aggiungo una chiosa conclusiva, ma non certo esaustiva. Non basta saper scrivere per fare di un autore qualsiasi un grande scrittore.



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