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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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sabato 10 dicembre 2016

RENZI, IL REFERENDUM, IL POPOLO di Maurizio Zaffarano




Il NO al Referendum secondo Luca Peruzzi


RENZI, IL REFERENDUM, IL POPOLO 
di Maurizio Zaffarano



Alcune considerazioni sulla vicenda referendaria e sull'esito del voto che ha visto una grande partecipazione popolare ed uno straordinario 59% di NO alla manomissione della Costituzione.

Gli obiettivi della deforma costituzionale di Renzi. La prima cosa da chiarire è il senso e la direzione del percorso di “riforma istituzionale” promosso da Matteo Renzi accelerando e mettendo in atto quanto avviato su sollecitazione di Giorgio Napolitano all'inizio di questa legislatura (il Presidente della Repubblica che sostituiva al ruolo di Garante della Costituzione quello di manipolatore degli equilibri istituzionali, con la commissione di saggi e l'iniziale progetto di poter modificare la Costituzione scavalcando l'articolo 138 che ne regola le procedure di revisione). Il quadro generale è quello della caduta verticale di credibilità e di legittimazione popolare delle cosiddette Istituzioni democratiche (in Italia come nelle altre “democrazie” liberali dell'Occidente) e contemporaneamente della richiesta ultimativa del Grande Capitale di rimuovere lacci e lacciuoli che ostacolano o impediscono di cogliere pienamente le occasioni di profitto (diritti sociali e dei lavoratori, economia in mano pubblica, difesa dell'ambiente). La risposta dell'Establishment alla crisi della Politica e di consenso dei governi “amici”, tanto più forte quanto più si diffonde la consapevolezza che questi sono unicamente al servizio degli interessi del Potere Economico e non del Bene Comune, si è esplicitata seguendo due direttrici: da un lato utilizzando l'arma della paura (il terrorismo, la guerra, il fallimento finanziario dello Stato) e dall'altro attivando gli strumenti dell'ingegneria costituzionale ed elettorale per restringere gli spazi della rappresentanza democratica in nome della governabilità. Mentre sullo sfondo resta drammaticamente aperta, extrema ratio perché in palese contraddizione con l'ideologia della libertà assicurata solo dai mercati, l'opzione della dittatura poliziesca. In questo contesto il tentativo di Renzi e della sua cricca è stato il tentativo di soddisfare (e utilizzare) le richieste del Grande Capitale per assicurarsi il dominio sull'Italia per i prossimi vent'anni. Il cronoprogramma predisposto da Renzi testimonia la logica del suo disegno: approvazione con referendum della schiforma/deforma costituzionale e subito dopo al voto con l'Italicum per diventare, grazie al premio di maggioranza e all'azzeramento dei contrappesi istituzionali, il Padrone incontrastato del Paese. Un progetto da giocatore d'azzardo che cerca di far saltare il banco e portar via tutta la posta sul tavolo. Ed anche un progetto rispondente ad una logica banditesca in cui si cerca di fregare i vecchi sodali (il Berlusconi del patto del Nazareno) scappando con il bottino senza dividerlo con nessuno. Il Piano B, una volta che l'eventualità della bocciatura della deforma diventava sempre più probabile, era quello di minimizzare la sconfitta attribuendosi comunque il ruolo di forza maggioritaria del "cambiamento". Per raggiungere questi obiettivi Renzi le ha tentate tutte senza rispettare alcun dovere di lealtà istituzionale: la sovrapposizione del ruolo di "Costituente" e di Presidente del Consiglio, il quesito fuorviante sulla scheda referendaria, la data del referendum stabilità in funzione delle proprie opportunità di propaganda, le manovre (assai opache tanto per usare un eufemismo) per conquistare il voto degli italiani all'estero, l'utilizzo della legge di stabilità per acquisire consenso, l'endorsement di giornalacci, vip e dei potenti della Terra, l'occupazione - come nemmeno Berlusconi era riuscito a fare - della Rai e la saturazione delle tv, l'utilizzo di temi spudoratamente populistici (“se vuoi ridurre i politici vota si”) mentre nel contempo si attribuiva il ruolo di argine all'antipolitica e al populismo, l'insulto sistematico ai sostenitori del NO, la prefigurazione (il ricatto) dello scenario minaccioso dell'avvento di barbari, locuste, tecnici, troike e default dello Stato in caso di mancata vittoria del si, la falsa e ipocrita contestazione della Merkel e della Commissione Europea sui vincoli di bilancio. Tutto questo andava a sommarsi all'originario e insanabile vizio d'origine della deforma Napolitano-Renzi-Boschi-Verdini: il fatto di essere stata approvata da un Parlamento eletto con una legge incostituzionale ed in cui alla maggioranza dei voti in Parlamento non corrispondeva nemmeno lontamente una maggioranza di voti nel Paese.

venerdì 19 febbraio 2016

REFERENDUM COSTITUZIONALE 2016: ALCUNE RAGIONI (DI MERITO) PER VOTARE NO di Norberto Fragiacomo


Gelli e Renzi secondo Luca Peruzzi

REFERENDUM COSTITUZIONALE 2016: ALCUNE RAGIONI (DI MERITO) PER VOTARE NO
di
Norberto Fragiacomo


Senza troppi clamori né strepiti - quelli li suscita ad arte l’«impronunciabile» stepchild adoption, che qualche dotto sotto spirito vorrebbe tradurre con adozione del co-figlio (!) – il DDL Boschi di riforma della seconda parte della Costituzione si avvicina a luci spente al porto: ad approvazione avvenuta toccherà agli elettori pronunciarsi, in un referendum che Matteo Renzi ha pensato bene di tramutare in ordalia.
“Se perdo me ne vado!” ha strillato il fiorentino, copiando il nuovo amico Tsipras che, al principio dell’estate 2015, rese un’analoga roboante dichiarazione, ed oggi si diverte a tagliuzzare pensioni da fame. Azzardo o cortina fumogena?, è lecito chiedersi. Opterei per la seconda lettura, visto che trasformare la consultazione in un plebiscito sul premier consente di nascondere sotto il tappeto della politica da osteria alcuni aspetti abbastanza inquietanti della riforma.
In questa breve analisi non mi soffermerò sulle novità più appariscenti, quelle relative al passaggio dal bicameralismo perfetto ad un demenziale monocameralismo e mezzo: rimando all’articolo scritto domenica scorsa su Il Fatto da Marco Travaglio, capace di dimostrare – dati alla mano – che il simulacro di Senato potrebbe in molti casi rallentare, anziché accelerare, l’iter approvativo delle leggi. La mia riflessione avrà ad oggetto le modifiche apportate al Titolo V della Carta, già rivoluzionato nello spirito e nei contenuti una quindicina di anni orsono da un precedente Governo di “centro-sinistra”.
Com’è noto, la L. Cost. 3/2001 offrì copertura costituzionale alle riforme Bassanini, mutando i rapporti fra il centro e la periferia a beneficio della seconda. L’intento era quello di dare concretezza al principio fondamentale contenuto nell’art. 5 (che potremmo riassumere così: piena autonomia degli enti locali in una cornice di unità nazionale): da un lato si riscriveva l’art. 114, riconoscendo eguale dignità a Comuni, Province, (futuribili Città Metropolitane), Regioni e Stato; dall’altro, sul piano pratico, si tipizzavano le materie di competenza legislativa statale – esclusiva e concorrente – affidando la disciplina delle restanti (“residuali”) alle Regioni. Insomma, la regola diventava eccezione. La Riforma non si limitava a quanto descritto, ma mi sento di dire che tutte le altre innovazioni (dal riconoscimento agli enti della potestà statutaria al venir meno dei controlli esterni sugli atti, dall’esplicitazione del principio di sussidiarietà alla previsione di poteri sostitutivi statali) rappresentavano un corollario, una conseguenza del cambio di prospettiva.

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