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i Quaderni di Bandiera Rossa "La Storia è finita" di Norberto Fragiacomo
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domenica 27 maggio 2012

ARMI DELLA CRITICA E CRITICA ALLE ARMI di Massimo Varengo

ARMI DELLA CRITICA E CRITICA ALLE ARMI
di Massimo Varengo
“Quando si sta portando una rivoluzione per la liberazione dell’umanità, bisogna avere rispetto della vita di ogni uomo e di ogni donna… Il terrorismo viola la libertà degli individui e perciò non può essere utilizzato per costruire una società anarchica”.
Michail Bakunin



L’immediata gestione mediatica del mostruoso attentato di Brindisi la dice lunga su quali sono le intenzioni dell’oligarchia al potere. Un atto vile, di terrorismo indiscriminato, in stile iracheno, contro delle giovani donne, antisociale e criminale, viene tranquillamente assimilato ad episodi di lotta armata, magari con origini greche, con contorno mafioso, con l’obiettivo palese della realizzazione dell’unità di tutti gli schieramenti in difesa dello Stato, un’unità che abbiamo visto all’opera negli anni della solidarietà nazionale, delle leggi speciali, dell’arretramento sociale e culturale del paese.
Ma segnali di questo modus operandi li avevamo già registrati nei giorni precedenti.
In un ufficio dell’Ansaldo Energia è apparsa una scritta, piccola piccola, dieci centimetri in tutto, a matita pare, con una minaccia di morte al presidente di Finmeccanica, Orsi. Accompagnata da una stella a cinque punte e la sigla B.R. Basta questo evidente sfogo di un impiegato incazzato contro i suoi capi, per alimentare la canea mediatica sul pericolo terrorista.
Se si andasse in qualsiasi cesso a rilevare scritte, per i pennivendoli ce ne sarebbe del materiale da campare per anni.
Vale lo stesso per il volantino fatto recapitare a “Calabria Ora”, una ridicola ed evidente falsificazione, probabilmente opera di un altrettanto incazzato contribuente nei confronti di Equitalia, ma utile per dare fiato alle trombe sul pericolo terrorista.
E che dire del drappo rossonero appeso alla lapide che in piazza Fontana, a Milano, ricorda l’assassinio del compagno Pinelli: secondo l’intrepido giornalista, rappresenterebbe una sfida in quanto sarebbe stato applicato proprio nell’anniversario dell’omicidio del commissario Calabresi. Peccato che quel drappo fosse lì dal Primo maggio, messo da qualche compagno o compagna al termine della manifestazione.
C’è da essere sicuri che ogni scritta, vecchia o nuova che sia, ogni sia pur piccola iniziativa anarchica, nei prossimi giorni godrà della massima attenzione mediatica: è chiaro che c’è chi vuole dimostrare l’esistenza di una forte minaccia anarchica, ovviamente violenta e terroristica, al bengodi che stiamo vivendo. E molti altri gli vanno a ruota.


Nelle crisi sono sempre ricercati dei capri espiatori, su cui indirizzare l’attenzione della cosiddetta pubblica opinione. Come sono riusciti negli anni ’80 a svuotare di segno e di contenuto la ricchezza dei movimenti del decennio precedente, rovesciandogli addosso, a tutti ed indistintamente, la responsabilità del lottarmatismo, facendo di ogni erba un fascio, comminando carcere a pioggia, provocando divisioni e contrapposizioni, così oggi c’è chi intende rispolverare i vecchi arnesi della criminalizzazione preventiva. 
D’altronde la situazione per “lor signori” non è facile, devono far digerire misure sempre più indigeste e la paura di una ribellione sociale cresce in loro, anche più preoccupante perché si allarga in prospettiva a settori sociali tradizionalmente moderati (l’artigiano, il trasportatore, il piccolo imprenditore che prende il fucile, ecc.), aprendo un nuovo terreno di scontro – quello fiscale – che mai era stato appannaggio dei movimenti di contestazione radicale.
La voracità delle banche e delle oligarchie al potere non lascia grande spazio a politiche di crescita e la crisi dei derivati è lungi dall’essere risolta. La politica mascherata da tecnica amministrativa deve dar prova della sua capacità di governo, ricorrendo magari a soluzioni progressivamente autoritarie, come quelle che ci sta facendo digerire da tempo. 
D’altronde se un autentico liberale come Piero Ostellino sul “Corriere della Sera” si permette di bollare il governo Monti/Napolitano di “salazarismo”, richiamando alla memoria il regime tecnocrate e conservatore che dominò il Portogallo per 50 anni, cosa dovremmo dire noi che verifichiamo ogni giorno sulla nostra pelle la riduzione degli spazi di espressione e di agibilità, di effettiva libertà di organizzazione e di azione?
Ovviamente anche l’attentato al dirigente dell’Ansaldo Nucleare è stato colto al volo per rilanciare, dopo le varie informative dei servizi segreti sul pericolo “anarco-insurrezionalista”, l’incombenza della minaccia terroristica di matrice anarchica, collegandolo al malcontento sociale crescente, al movimento NoTav e a chi più ne ha più ne metta. Un’operazione ardita questa perché ci vorrebbe qualcosa di più sostanzioso per potere collegare il terrorismo all’insofferenza sociale e al diffuso sentimento anti partitico, depotenziandone così i possibili sbocchi conflittuali e criminalizzando preventivamente ogni capacità di risposta popolare. Se poi si vuol collegare direttamente la rivendicazione del nucleo Olga ai movimenti sociali, basterebbe l’affermazione fatta dallo stesso “di non ricercare il consenso” per troncare sul nascere la discussione.
Ma temo che questo non basti per smontare il tentativo di sviluppare nell’immaginario collettivo del paese una legittimizzazione di una politica oppressiva in nome della difesa dal terrorismo.

Se l’operazione in corso è questa, è evidente che bisogna aspettarsi di più e di peggio.
In una situazione dove l’aggressione al livello di vita della popolazione si sta intensificando, soprattutto nel settore del lavoro dipendente, del precariato, del piccolo artigianato e commercio, e dove si avrebbe bisogno di tutta la mobilitazione, di tutta l’intelligenza e della capacità collettiva per organizzare risposte incisive, promuovere lotte, sviluppare iniziative di solidarietà sociale, dare ossigeno alle forme autogestionarie di risposta concreta alla crisi, appare inevitabile doversi misurare con chi pensa che un gruppo, un’organizzazione, dura, combattente, clandestina, possa ottenere risultati efficaci, con chi pensa di avere la risposta in tasca. Come il gruppo che ha firmato l’attentato al dirigente di Ansaldo Nucleare rivendicando la sua appartenenza alla federazione anarchica informale. Soprattutto se l’enfasi mediatica con il quale vengono riportate le “loro” imprese è funzionale al coinvolgimento di tutto il movimento anarchico in un processo di criminalizzazione generale, avente per perno la lotta al terrorismo.
A questo proposito la Federazione Anarchica Italiana ha da tempo denunciato l’uso infame e strumentale del proprio acronimo (FAI) per propagandare le azioni e le prese di posizioni del cosiddetto “anarchismo informale”. Uso che non solo tende a confondere deliberatamente le acque, ma che è rivelatore di una mentalità di tipo egemonico, autoritario, tendente a sovrapporsi all’esistente non con un libero confronto di idee e di proposte, tipico della metodologia anarchica, ma con l’appropriarsi – questo si molto formale – di una sigla caratteristica di altri.
Mentalità autoritaria ed egemonica che si manifesta, tra l’altro con la distribuzione a destra e a manca, di insulti e di giudizi, in merito a coraggio, paura, vigliaccheria, cinismo, ecc. ecc. così come si ricava dalla lettura della rivendicazione. Contrariamente a quanto affermiamo nel nostro patto associativo, il patto che abbiamo sottoscritto per definire le nostre relazioni all’interno della FAI, e cioè che “la FAI non pretende ad alcun monopolio dell’anarchismo”, dovremmo subire giudizi sprezzanti, predicozzi manichei, a nome di un neo-anarchismo che pretende il monopolio dell’idea erigendosi a giudice, prete e boia. È francamente un po’ troppo.
Per quanto riguarda l’azione di Genova l’anarchismo organizzato nell’Internazionale ha dato da tempo una risposta all’avanguardismo armato, confutandone ragioni e metodi.
Se concordiamo con la definizione che i dizionari danno della parola violenza (“Coazione fisica o morale esercitata da un soggetto su di un altro così da indurlo a compiere atti che non avrebbe compiuto”, Zingarelli) non possiamo che classificare la violenza all’interno degli strumenti dell’autoritarismo.
Ed è per questo che nessun anarchico ritiene possibile elevare a sistema la violenza o concepirla come la levatrice del processo rivoluzionario. Tuttalpiù l’atto violento può essere inteso come una penosa necessità per contrastare la violenza, grande e generalizzata dello Stato e del sistema capitalistico. Per gli anarchici è evidente che l’atto violento in sé, in quanto atto autoritario, sostanzia un potere, e se eretto a sistema, rigenera lo Stato.
L’anarchismo si è sempre basato sulla consapevolezza nello scegliersi azioni ed obiettivi, e sulla responsabilità personale nel perseguirle, per cui se rifiuta da un lato di sposare tesi violentiste, dall’altro rifugge da impostazioni piattamente non violente; piuttosto esso rimanda sempre alla coscienza degli individui e alla interpretazione del momento storico in cui essi vivono.
L’efficacia dell’azione diretta non viene espressa dal grado di violenza in essa contenuta, quanto piuttosto dalla capacità di indicare una strada praticabile da tutti, di costruire una forza collettiva in grado di ridurre la violenza al minimo livello possibile all’interno del processo di trasformazione rivoluzionaria. Ed in questa ricerca il “piacere” dell’arma rappresenta un ostacolo insormontabile.
Con buona pace dei Nečaev di turno.


 

sabato 19 maggio 2012

CARA VECCHIA ANARCHIA di Andrea Papi








CARA VECCHIA ANARCHIA
di Andrea Papi

Nel documento di rivendicazione della “gambizzazione” dell’amministratore delegato dell’Ansaldo Nucleare, gli stessi autori marcano un abisso tra le loro “idee” e le nostre.



"…una nuova anarchia è sbocciata al fianco di un anarch-ismo ideologico...".
È il concetto portante di una delle frasi centrali del documento del neonato “nucleo Olga” (aderente alla F.A.Informale/F.R.I.), spedito via posta per rivendicare la gambizzazione (loro preferiscono scrivere di aver “azzoppato”) di Roberto Adinolfi, a.d. dell’Ansaldo Nucleare, avvenuta il 7 maggio scorso.
Una “rivendicazione” nella rivendicazione particolarmente significativa e parecchio eloquente. Chiarisce infatti in modo esplicito che l’azione di cui si dichiarano responsabili, come quelle che faranno, per scelta consapevole (consapevolezza reciproca come si chiarirà nel corso di quest’articolo) non hanno nulla da spartire con l’anarchismo del dopoguerra, che dopo la liberazione dal fascismo ha liberamente deciso di agire alla luce del sole, seppure in opposizione al di fuori delle istituzioni. In un certo senso li ringrazio, perché così dicendo aiutano a sgombrare il campo da ambiguità ed eliminano possibili fraintendimenti.
Nel concetto citato si nota subito un’incongruenza, per me particolarmente evidente. Com’è possibile che sia sorta «una nuova anarchia»? L’anarchia è l’insieme del senso e dei valori, politici etici ed esistenziali, che permettono di desiderare e di aspirare ad una convivenza sociale alternativa all’esistente, fondata sulla realizzazione delle libertà, sia individuali che collettive. L’anarchia non esiste se non come aspirazione e come ideale di riferimento per tutti quelli che ritengono validi e irrinunciabili il suo senso, i suoi valori e i metodi che propone. Se è vero che è nata una “nuova anarchia”, com’essi scrivono, diversa da quella che ha infiammato e infiamma i cuori e le menti di tantissimi/e compagni e compagne, bisogna che facciano anche sapere di che cosa si tratta. Ripudiano l’unica anarchia conosciuta, trasmessa storicamente, e affermano che ne è nata una nuova senza delinearne le caratteristiche
Non può esser sufficiente la frase: «Il nostro sogno è quello di un’umanità libera da ogni forma di schiavitù, che cresca in armonia con la natura
Questo panorama utopico è già perfettamente contenuto da sempre nell’insieme di senso e di valori della, per loro, “vecchia anarchia”, ripudiata con una buona dose di supponenza. Nulla di nuovo dunque al di là delle dichiarazioni altisonanti scritte con ostentato disprezzo. Viene da chiedersi come mai se non si riconoscono più nell’anarchia continuano ad usarne il nome? Chiamino in altro modo le aspirazioni che ritengono nuove, così riuscirebbero a distinguersi meglio e al contempo ci farebbero il piacere di non offrire al potere un’altra occasione per denigrare e colpire gli anarchici. Viene il sospetto che in realtà non vogliano distinguersi, tanto è vero che hanno scelto lo stesso acronimo della Federazione Anarchica Italiana, che nulla ha a che fare con loro. Non vedo altra spiegazione che quella di voler creare confusione.
Di differente dal “vecchio anarchismo” invece c’è la rappresentazione e la narrazione di ciò che hanno fatto ed hanno intenzione di fare. Almeno per quello che si è visto fino ad ora, non può certamente essere gabellata per “nuova” l’azione conclusa, come pure quelle intenzionali che hanno dichiarato di voler attuare. Come può essere “nuova” una classica gambizzazione, copiata pari pari dal logoro lottarmatismo? La rivendicazione del “nucleo Olga” è certamente diversa da come si esprimevano Br, Nap, Prima Linea e quant’altri, mentre il rituale è più o meno lo stesso ed anche le motivazioni fattuali.
Anche il contorno teorico giustificativo dell’azione, terreno di viaggio nell’ideologia, anche se ne vorrebbero essere esenti avendo scritto che è ideologico solo il vecchio anarchismo, è senz’altro differente dal vecchio lottarmatismo marxista-leninista.

Non è invece differente il rituale pragmaticamente necessario, dai presunti pedinamenti al momento in cui hanno premuto il grilletto, come pure la scelta di esprimere un giudizio inappellabile che decide unilateralmente, con conseguente condanna inappellabile, colpevole e colpa. Tutto trito e ritrito. Ha tristemente il sapore del tribunale del popolo, o roba simile. No, mi sbaglio! Forse è il tribunale della “nuova anarchia”. Su questo punto gli estensori non si sono espressi in modo chiaro. Non si capisce a nome di chi o di che cosa hanno deciso di condannare e punire i responsabili individuati. Tutto ciò mi appare solo squallido.
Una spiegazione c’è. «Le idee nascono dai fatti…» esordiscono nella loro rivendicazione. Siccome non possono e non riescono ad avere idee oltre i fatti, dal momento che l’anarchia non è un fatto di conseguenza sembrano non averne idea. Anche l’idea della gambizzazione, evidentemente, non poteva che nascere da fatti precedenti. Così, forse, hanno evocato (con nostalgia?) quelli che il potere definì “anni di piombo”, orrendo neologismo inventato apposta per mistificare e ascondere la vera ricchezza socio-culturale di quegli anni. Purtroppo per riuscire a capire le diversità dei contesti temporali, culturali e sociali, quindi per farsi un’idea che aiuti a ipotizzare come agire, bisogna essere anche creativi, cioè pensare prima e al di là dei fatti per cercare di determinarli in modo adeguato e fecondo. Sono una mentalità e un metodo che si conquistano accettando di non essere dogmatici e di autocorregersi sperimentando.
Di diverso, più che di nuovo, c’è l’enfasi spropositata del piacere dell’uso delle armi, riproposta in più parti. Forse nelle intenzioni avrebbe voluto essere un’esaltazione dei sentimenti, mentre è risultata una comica ostentazione di una contraddizione palese.

 «Pur non amando la retorica violentista con una certa gradevolezza abbiamo armato le nostre mani, con piacere abbiamo riempito il caricatore
Se non è retorica violentista questa? Dicono di non amarla, ma poi si lasciano scivolare con grande leggerezza in un ampolloso lirismo che esalta il piacere di predisporsi ad usare la violenza. Benedetta Tobagi (la Repubblica, domenica 13 maggio 2012) vi ha visto il Toni Negri che esalta il piacere di calarsi il passamontagna sul viso. Personalmente mi ha subito ricordato certi opuscoli degli anni settanta, che fra le altre cose esaltano\ il piacere di colpire il nemico godendo dei danni provocati dalla pallottola che penetra nelle carni.
È uno sfoggio di godimenti che rimanda ad esaltazioni da estrema destra più che a sentimenti in qualche modo riconducibili all’anarchismo. Per noi anarchici “vecchi” e “superati”, che veniamo dalla scuola dei Malatesta, dei Fabbri, dei Berneri, per citare gli anarchici italiani più noti, l’insurrezione e l’uso della violenza sono una triste necessità, mezzi e strumenti che siam pronti ad usare all’occorrenza, ma che non hanno mai e poi mai rappresentato il momento fondamentale dell’approccio anarchico alla ribellione. Anzi! Per l’anarchismo come per l’anarchia l’ideale da raggiungere è l’armonia sociale, il rifiuto più totale dell’uso della violenza come mezzo di regolazione sociale, quindi delle armi e di corpi armati militarizzati,. Una società più si avvicina all’anarchia e meno è violenta. La violenza c’è oggi, dove l’anarchia è assente e trionfano gli stati, gli oligarchi e i militarismi, cioè il suo contrario.
Nella retorica violentista del “nucleo Olga” troviamo invece quasi una mistica dell’uso delle armi, presentato come elemento di discrimine per identificare chi ha scelto di smettere di essere alienato. Si vantano di essere nichilisti, «…nostra rivolta anarchica e nichilista…» e inneggiano al superamento della paura come elemento che qualifica il vero anarchico, accusando di cedere alla paura gli anarchici che non sono come loro. «…sempre pronti a trovare infinite giustificazioni ideologiche pur di non ammettere le proprie paure.» Questa esaltazione della violenza e del superamento della paura, proposti come discriminanti per giudicare chi sono i compagni, è solo ridicola e, insisto, è tipica di culture e comportamenti che provengono dalla destra estrema. Le scelte di militanza e l’adesione agli ideali sono al contrario dettate dal modo di pensare e dall’identificazione del senso. All’occorrenza, gli anarchici, tutti, hanno sempre saputo dare il loro contributo.
L’originalità vera di questo documento è che per una buona metà della sua stesura serve per attaccare il movimento anarchico, presentato come «…quell’anarch-ismo infuocato solo a chiacchiere e intriso di gregarismo.» col quale «...vogliono segnare definitivamente un solco…»

E di questo li ringrazio di nuovo. Strana come rivendicazione! Non hanno neppure fatto come facevano quei “burocrati” delle br, che nelle loro rivendicazioni indicavano sempre alcuni momenti specifici dell’azione che potevano sapere solo quelli che l’avevano compiuta, dimostrando così di essere stati veramente loro ad eseguirla. Senz’altro sarà autentica, però sta di fatto che avrebbe potuto scriverla chiunque, sia effettivo partecipe oppure no.
Da un punto di vista politico, oltre ad attaccare durissimamente l’anarchismo, in nome di una “nuova anarchia” che non si sa bene che cosa effettivamente sia, (il potere statuale non sarebbe stato altrettanto efficace), questo documento di rivendicazione ha tutta l’aria di volersi presentare come un’autentica dichiarazione di guerra. Non a caso chiama alle armi e dice di agire per

«…l’idea di sociale in lottaè quella di un popolo in armi contro ogni forma di oppressione statale, politica, economica.».
Come mai proponete questa idea che non è legata a nessun fatto?
Dov’è il popolo in armi tanto chiamato e conclamato?
In realtà, non solo il popolo non è in armi, bensì per ora sta rifiutando ciò che proponete.

Appena vi siete mostrati sono già cominciate le manifestazioni contro la logica armata che tentate di proporre. E ci potete giurare che ci sarà più d’una manifestazione.
Ciò che in realtà si percepisce è che siete voi ad aver dichiarato guerra allo stato e che siete voi che state tentando di condurla. Ma rassegnatevi. È una guerra di elite, anche perché la proponete esclusivamente sul piano militare.
Ciò che a voi interessa non è la rivoluzione sociale, cioè la radicale trasformazione rivoluzionaria dal basso della società, con i sottomessi che, non solo si ribellano, ma che finalmente cominciano a costruire l’alternativa direttamente e autonomamente, in modo autogestito.
Ciò che a voi interessa è scatenare uno scontro armato contro lo stato.
Agli anarchici invece interessa il contrario: la rivoluzione sociale che si organizza attraverso democrazia diretta e forme di autogestione a tutti i livelli della società. Se per realizzare e difendere questa conquista vissuta da tutti in prima persona ci costringeranno a uno scontro armato, lo affronteremo con tutta l’energia e la solidarietà necessarie.
Ma pensare e riproporre a priori la logica militare della rivoluzione armata come unico necessario e necessitante sbocco rivoluzionario è assurdo, oltre che stupido perché controproducente. La vostra scelta, che ne siate consapevoli o no, che lo vogliate o no, non potrà che avere un unico sbocco. Di trascinare le forze disponibili (non è difficile prevedere che non si tratta affatto del popolo in armi, ma di una piccolissima minoranza), potenzialmente sovversive, in uno scontro militare devastante, in cui l’unico vincente sarà lo stato. In questo modo il potere dominante sarà riuscito a castrare le possibilità di azioni politiche libertarie di costruzione dal basso dell’alternativa, che è sempre più viva e si manifesta ogni giorno di più.

Il conflitto militare è ormai rimasto l’unica possibilità che ha il potere di fermare l’ondata di rivolta che sta avanzando in tutto il mondo. Mi sembra ben poco anarchico aiutare lo stato, consapevolmente o no ha poca importanza, a realizzare questa guerra civile per annientare e rendere inoperanti i sovversivi e le potenzialità sovversive della società.


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